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"Tutti i santi giorni", Paolo Virzi', Italia 2012

L'idea di trarre un film dall'esordio letterario di Simone Lenzi e' venuta a Paolo Virzi' appena il cantante dei Virginiana Miller gli ha fatto leggere le bozze finali del suo libro.

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"La generazione" e' un buon romanzo, che rischia -purtroppo- seriamente di divenire un culto per una categoria di famiglie, facili ad immedesimarsi nelle vicissitudini della giovane coppia che cerca disperatamente una maternita' (e una paternita', ovvio) che non arriva.

Dal libro lo stesso Lenzi, VIrzi' e Bruni tirano fuori un film piacevole, onesto, intelligente, che salvaguarda il plot di fondo del romanzo ma se ne discosta in parecchi altri aspetti di contorno (maanche non proprio di contorno...) che risultano comunque funzionali alla pellicola, come il contorno del romanzo era funzionale alla storia su carta.

Sono dunque mantenuti i due protagonisti, che qui si chiamano Guido (interpretato da un bravo Luca Marinelli) e Antonia (cui da corpo ma soprattutto voce Thony): due ragazzi che (soprav)vivono nella periferia romana grazie a due lavori "strani" (portiere di notte lui, pur essendo fine latinista con offerte di lavoro da Princeton; addetta al desk biglietti di Trenitalia lei, che sarebbe cantautrice di gran talento). A loro non importa di guadagnare poco, di vivere in affitto in un bilocale a schiera contornati da buzzurri e bori romanisti; si sono adattati ad una routine che vede Guido tornare alle sette del mattino a casa, preparare la colazione per la compagna, farci piacevolmente l'amore e prenderne il posto a letto quando lei si alza per andare al lavoro.

E' mantenuta la voglia di procreare, che nel libro di Lenzi dava il titolo al romanzo ("generare"), a fronte di anni di tentativi andati a vuoto.

E' rimarcata, nel film, una delle frasi emblematiche del libro: quando i due discutono sul desiderio di avere un figlio, che per Antonia e' "lo voglio", e per Guido "lo vorrei", una sfumatura che sulla carta e' l'uomo a sottolineare, mentre nel film viene sbattuta in faccia a Guido da Antonia ("tu che sei bravo con le parole, dovresti capire la differenza"). Una differenza che sia Lenzi che Virzi' hanno bene in mente, e che io non posso che sottoscrivere.

La ricerca del figlio viene certamente raccontata, ma rimane come in sottofondo alla storia tra i due, il cui inizio viene ricordato a pezzi nel film, con spezzoni di flashback che riportano a quando Guido ascoltava Antonia suonare in un pub. E' la relazione tra i due, piuttosto che la fivet, il vero protagonista della pellicola di Virzi': la relazione assolutamente asimmetrica tra un tranquillo e impacciato ragazzo che imbrocca nella sua prima donna la donna della sua vita, e una monellaccia che ha avuto chissa' quanti uomini (anche in parallelo), affascinata dalla tenera dedizione di lui e lusingata delle attenzioni e dalle coccole dell'uomo che tutte le mattine la sveglia con il vassoietto del caffe' appena fatto.

Finche', stanti i fallimentari e dolorosi tentativi di avere un figlio, a un certo punto i due litigano per una stupidaggine (diciamo meglio: lei litiga, dopo aver fatto la stupidaggine...), e Antonia non trova di meglio che passare la notte con un amico ("Sai, stanotte sono stata con Franco. A letto. E mi fa anche schifo. Non mi dici nulla? A me, troia, che ti ha fatto cornuto?" e lui: "Eh, mi dispiace", detto dopo che lei afferma che le ha fatto schifo).

Insomma: due giovani credibili, senza silicone (lei) ne' tatuaggi tribBali (lui), che inseguono una esistenza tranquilla e vedono nel figlio che non arriva quasi un esorcismo contro il tempo che passa (infatti Antonia si incazza di brutto quando il ginecologo del Papa (??!!!) le fa notare che ha 33 anni, e che e' in scadenza come lo yoghurt dal punto di vista generativo).

Molto bravo Marinelli a dare vita all'alter ego di Lenzi, con parlata toscana e sincera ingenuita' verso un mondo che proprio non e' il suo; brava anche Thony che interpreta una cantante e quindi ha poche difficolta' a calarsi nella sua parte, bravo infine Virzi' a pennellare un film che non e' commedia ne' tragedia, che non vuole essere da cineforum d'essai ma nemmen da Vanzina di Natale, un film che lascia al termine della visione un buon sapore in testa e nessun rimpianto per i soldi del biglietto.

Che di questi tempi non e' poco.

 

 

Barney

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L'esordio, quindici anni dopo: "Gelaterie sconsacrate", Virginiana Miller, parte 2

Avevo lasciato "Gelaterie sconsacrate" alla traccia cinque, "Altrove".

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La sesta e la settima traccia -"Merenderi" e "Nouvelle cuisine" rispettivamente- sono quasi un interludio, uno stacco giocoso/gioioso e quasi liberatorio dopo la gragnuola di sensazioni e sentimenti dei brani precedenti.

"Merenderi" verra' ripresa anche in "La verita' sul tennis", e diventera' "Rimerende". L'atmosfera sa di fine della scuola, di adolescenti che scoprono il sesso durante le oziose giornate estive, ma che continuano a merendare con le merendine:

Merenderi merenderi siamo merenderi
tanto oggi è uguale a ieri e non ho pensieri
non c'è giorno che non passi, foglia che non cada
confezione di merende che non scada
Best before tonite stay with me before tonite stay with me
4 ever, si!
Da Livorno a Tirrenia, da Marina a Vada
giorni senza scuola, senza freni, senza mani
confezioni apri e chiudi e siamo nudi
Preferibilmente stai con me entro stasera
ti voglio tanto bene tanto bene tanto 4 ever
Merenderi merenderi dammi la tua merendina
merenderi merenderi ho finito la benzina
Best before tonite stay with me before tonite stay with me
oh, 4 ever, si!

"Nouvelle cuisine" e' un rapido divertissement in francese, cantato da Lenzi con una voce da Mangiafuoco che bene da' l'idea d'una cucina laida e fumosa delle banlieues parigine:

Les petits chefs se pavanaient
au fond des casseroles
voilà voilà voilà l'abime de la nouvelle cuisine
c'est moi qui suis sourd
ou c'est toi qui parles un latin de cuisine?

Poi si passa a due pezzi bellissimi. Il primo e' "Caesar Palace", testo delirante e cambi di ritmo e di tempo che fanno pensare ad una insolazione da troppa spiaggia. Sole diritto sulla testa, senza cappello. E i risultati sono questi:

Con le altre si, con le altre si che lo farei ma con te mai
devi fermarti poco prima degli spasimi
toccami le scarpe di vitello blu, sei tu sei tu
sei così bella, sei come la mia mamma
cantami la ninna nanna
Lo vedi che ho la febbre, la febbre delle isole
febbre, ormai parlarmi è inutile, passami le pillole.
Ho fatto un sogno, ho visto un mondo nuovo
dodici elvis volanti paracadutati sopra il Caesar Palace.
Rimani, rimani, liberami le mani, giochiamo ancora a ping pong
come due bravi senatori romani.
Lo vedi che ho la febbre, la febbre delle isole
febbre, ormai parlarmi è inutile, passami le pillole.
Scrivi, scrivi pure la mia biografia
ma per favore devi dire che sei stata solamente mia,
vedi che la moglie di cesare
deve restare al di sopra del sospetto, ma siediti sul letto
Non vedi che ho la febbre, la febbre delle isole
febbre l’oceano ormai è pacifico
dammi un anestetico.

Poi c'e' "Venere, Nettuno, Belvedere". Non so da cosa viene il titolo, ma suona come una triade di nomi da stabilimento balneare scelti tra gli evergreen assieme a Lido, Stella Polare, Gina...

Testo duro e concordante con la musica: la chitarra e' assillante e ruvida come in "Altrove", e le note strappate si amalgamano ai cambi di contesto delle parole scritte da Lenzi. Da un distacco quasi zen all' "apri le gambe che adesso io ti prendo. O quasi...":

E il vecchio non viene più col bastone a dividerci il mondo
noi non diamo risposte su chi stia godendo di più:
sono discorsi tra parentesi questi nella noia immortale.
"Caccia ti prego questi randagi"
"Scatta una foto a queste cabine".
Vedo i tuoi fianchi e torno da te
apri le gambe che adesso io ti prendo o quasi...
si ci sono cani sulla spiaggia, libeccio
padri che giocano con i loro bambini e tu fra le braccia
col vento le nuvole giungono a noi poveri cristi
portate da un dio che dalla coppa piove il piacere
di dimenticare le cose di ieri
quando tu, fra le braccia mie ci stavi e c’eri...
Vedo i tuoi fianchi e torno da te
apri le gambe che adesso io ti prendo
o quasi...

"L'agente al Cairo" e' un passaggio ad atmosfere da Lawrence d'Arabia, per raccontare ancora -forse- la donna che e' salita sul treno che passa dalle stazioni tirreniche:

Lo sai, avrei fatto di tutto se me lo avessi chiesto
salti e capriole e fughe dall’Egitto ma non mi hai scritto mai
e non per farne un dramma
ma almeno quattro righe di saluto, almeno un cablogramma
Tutto l’occidente arriva a queste sabbie
dimentica le nebbie ma non ritrova niente
ed io che sono li tuo Agente al Cairo...
Missione difficile la mia sotto questo sole
trovare un filo d’ombra fra la mozione e l’atto
quando ad un tratto ho avuto una visione
tutta di latte e di miele.
Tutto l’occidente siede su queste dune
e scrive i tramonti dietro le cartoline
ma io come sempre dico il mio amore in codice
segreto, ma per niente genetico:
Tu, l’Agente tuo, rispettalo e amalo che non ti costa niente.
Ed è stato tutto un dire, è stato tutto un fare
e tutto un baciare, quindi una lettera ed un testamento
ma tu, l’Agente tuo, rispettalo e amalo che non ti costa niente.
Arrivederci e grazie.

Stupenda la fine: un saluto e un ringraziamento comunque sia andata, che l'esperienza e' valsa sicuramente la pena.

 

L'undicesima traccia e' la versione autunnale di "Tutti al mare", qui riproposta in versione live:

 

La chiusura del disco non poteva che essere lasciata a "L'estate e' finita".

Oggi è un giorno che i ciechi vanno per casa sbattendo
dentro nascendo crescendo un rumore di nuvole e vento
vento, vedi, il vento va dove vuole, dove vuole.
E dal pavimento riesuma odore di cenere
e i demoni di dopobarba si aggirano dentro le camere
dormi dormi.
Smette la pioggia goccia a goccia
il cielo di notte si spoglia, si rilassano gli armadi,
si addormentano le cose, le finestre scontrose
da lontano gli orologi tornano a piovere tempo nel tempo.
Ora non pensare a queste cose, dormi
come se ci fosse un’altra vita, dormi
che l’estate è finita per noi
l’estate è finita.
Una due venti ventuno gocce ed ognuno labile scivola giù.
Dormi, dormi l’estate è finita.

Rumori, suoni, odori di una stagione che scorre e scivola giu', su di noi che dormiamo assieme alle cose, in attesa della prossima estate.

E della fine pure di quella.

 

Ecco: i discorsi son finiti e sarebbe il caso che chi si imbatte in questa roba qua considerasse -seppure per assurdo, seppure come ultima possibilita'- l'acquisto del disco.Si, capisco che Ligabue sia piu' diretto... Si, la Pausini ha una bella voce... Si, Tiziano Ferro e l'outing...

Si, quel che volete: ma "Gelaterie sconsacrate" e' altra roba, fidatevi.

 

Barney

Filed under  //   Gelaterie sconsacrate   Music   Virginiana Miller  
Posted May 25, 2012

L'esordio, quindici anni dopo: "Gelaterie sconsacrate", Virginiana Miller

Suoni in una band indipendente, che si smazza da qualche anno per tirare avanti tra concerti al circolino ARCI sotto casa e entusiastiche recensioni su fanzines lette solo da chi ci scrive sopra. Pero' suonate niente male, e i testi hanno una potenza quasi visionaria nella loro accademica perfezione di sintassi e congiuntivi, nel richiamo a classici latini e a parole straniere che chissa' cosa voglio dire, ma pare ci stiano proprio bene.

Insomma: va a finire che -tra un premio e un riconoscimento della critica- riuscite a strappare un contratto con una etichetta che promuove gente brava. Come voi, che siete i Virginiana MIller, e che vi siete scelti il nome prendendolo ad una quercia americana vista all'Orto Botanico di Pisa.

E dalla sala di incisione tirate fuori un capolavoro.

Che si intitola "Gelaterie sconsacrate", e che gia' dal titolo fa presagire che non si tratta dell'ultima fatica di Al Bano e Romina, o dell'ennesima uscita di Vasco o Baglioni. Un disco che in molti hanno considerato uno dei migliori degli ultimi anni in Italia, e che viene giustamente ristampato dal prossimo 29 maggio, con una nuova, splendida copertina che ritrae una giostra innevata sul lungomare di Livorno (azzarderei addirittura la Rotonda Mascagni)

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Il disco contiene talmente tanta roba che e' difficile non soffermarsi sulle singole tracce. Un tema lega molte delle canzoni: l'estate delle gelaterie che danno il titolo all'album, che pare nascere e morire nel corso del disco stesso. Che infatti si chiude con la paradigmatica "L'estate e' finita", ma andiamo con ordine.

Si inizia con  "Curriculum", un brano intimista che parla d'amore metaforizzandolo con la ricerca di un lavoro che non c'e', per il quale comunque bisogna preparare un CV:

Nome e cognome, indirizzo, poi numero di telefono
patente auto e tutto quel che vuoi
ma nessuna precedente esperienza di lavoro
perchè sono sempre stato solo.

Molte delle cose cantate sembrano attagliarsi a Simone Lenzi, cantante e scrittore dei testi dei VM. Il ritornello esplicita il tipo di ricerca che l'estensore del brano sta facendo: non certo d'un posto di lavoro, ma piuttosto un rapporto affettivo/fisico, pure di effimera durata -una sera, questa sera-:

C'è un posto per me?
Leggimi, sono qui, ti apro il mio cuore malato
stasera mi butto con te sul mercato
prendimi, sono qui, pulito e profumato
stasera mi butto con te sul mercato.

La canzone si chiude con un avvertimento inquietante, che lascia aperto il finale a una pletora di possibili sviluppi:

Ma se hai paura di me fai bene.

 

La seconda traccia e' una delle canzoni piu' famose dei VM: "Tutti al mare", un racconto bellissimo e struggente di una classica gita domenicale sulla sabbia bollente di Viareggio o Tirrenia o Vada... Una qualsiasi spiaggia toscana, insomma, dove pare di sentire risuonare l'immancabile richiamo "Cocco bbello!!!", urlato dal solito ometto di un metro e sessanta massimo, in calzoncini corti e torso cotto da decenni di passeggiate al sole:

...e ogni tanto mi accorgo che babbo
si perde a guardare le donne del mare
tutte nude, tutte al mare.
mamma non vuole comprarmi la noce di cocco
e mi porta a bagnare la testa con l'acqua di mare,
che il sole comincia a scottare

Il brano incalza con la descrizione di tutta la famiglia, presente in forze alla giornata marina:

e sono a sedere sulle ginocchia del mio più forte zio...
quello che a Forte dei Marmi ha vinto una gara
di tiro al piattello, ed una di ballo liscio
e che oggi è venuto con noi qui al mare

e c'è anche la zia che rimane a guardare
mentre noi ci tuffiamo nel mare
perchè lei dice che oggi il bagno non lo può fare

E davvero moltissimi elementi sono come una foto color seppia (e un tardivo svelare di piccoli segreti, come il motivo per il quale la zia non poteva fare il bagno. Che a sei anni non lo capisci, adesso forse si), per chi da piccolo trascorreva le sue estati sulla sabbia della Versilia.

Lo stesso brano ricompare identico nel testo, ma con arrangiamento piu' posato e registrazione in presa diretta alla traccia 11, che aggiunge un "versione autunnale" al titolo della canzone.

 

La terza traccia e' uno splendido film dell'orrore, con musiche graffianti e ipnotiche che fanno da contorno al racconto di un fatto di sangue -pare- realmente accaduto, mi immagino ad inizio '900: un omicidio passionale causato dal troppo vino, "L'uomo di paglia". Si parte con una tranquilla partita di tresette al bar, con gli amici, presto pero' guastata dall'arrivo di un misterioso messaggero di sventura.

Sera di sabato e di vino, preziosissimo vino
mani sul tavolino che strisciano e bussano
chiamano il seme di cuori e di fiori neri
Maresciallo, io stavo tranquillo, bevevo
quando la porta si aprì, entrò il vento e col vento entrò lui.
Satanasso gli tocca le labbra e gli mette in bocca le parole:
Corri, corri, corri, corri a casa
corri la tu' moglie è con un 'omo.

L'uomo corre a casa, ubriaco e confuso, ma la Luna e l'ebbrezza gli giocano un tragico scherzo:

Vicino a casa mia c'è un campo e il campo è mio
era una notte bella di luna ma vedo un'ombra che si allontana
maledetto il giorno che sono nato
maledetto il giorno che sono entrato in casa mia
con in mano un pennato.

Il pennato e' -per i toscani- la roncola. Quel che avviene dopo ce lo immaginiamo, come se lo immagina il poveraccio cui lo choc ha fatto perdere la memoria, che il giorno gli fa ritornare, e con la luce quel che sembrava ombra ritorna un innocuo spaventapasseri:

Poi non ricordo, non mi ricordo niente
ma ho visto Maria Vergine l'Immacolata
con il mantello d'oro e la gola tagliata
e ho visto il campo splendido nel mattino
e l'uomo di paglia a guardia del mio grano
e ho visto sangue sangue sangue sulla mano...

 

Quarta traccia ancora a tema "estivo", ma assolutamente spiazzante. Si canta, infatti, delle vacanze di Adolf Hitler a "Dotlingen", paesino della Bassa Sassonia dove il Fuhrer era solito svernare da giovane:

Lui veniva qui a passarsi le ferie
portava da mangiare agli uccellini del lago.
Tutti intorno a me, non abbiate paura
io vi proteggerò da chi vi vuol far del male.
E loro il pane lo mangiavano ma restavano zitti
che non riuscivano ancora a parlare in tedesco.

Scenario idilliaco, con Hitler che parla agli uccelli proprio come -secoli prima- era solito fare San Francesco. E infatti:

Poi dopo qualche giorno questo San Francesco
si rimetteva in cammino e tornava a Berlino...
"Wollt ihr den totalen Krieg?"

Il novello San Francesco che chiude l'idillio esclamando -mi immagino un po' sull'incazzereccio...- "Ma allora volete la guerra mondiale, eh?"

 

Quinta traccia per "Altrove", un brano simile per ambientazione e per potere evocativo a "Tutti al mare". I treni "direttissimi altrove", che pero' passano da malinconiche stazioni tirreniche perennemente vuote di tutto, portano via anche una lei che non puo' rimanere. E che quindi va altrove, perlappunto. Perche' lei e' troppo migliore di lui:

Sono stazioni tirreniche al sole
dove passano i treni direttissimi altrove.
E' un palmizio borghese accanto alla vasca vuota dei pesci,
rossi negli occhi.
E' un museo dell'estate, le gelaterie sconsacrate
sono i canarini gialli nella precisione delle finestre.
sono le epoche brusche delle maree da sentire coi piedi
sotto un cielo questo che vedi con gli occhi dei sandali blu.
Tu sei, si sei quello che sei ma comunque sei tanto più di me
e sei, si sei quello che sei ma comunque sei tanto più di me
e allora vai, prendi il treno e vai
che se non te ne vai tanto te ne andrai
e vai, prendi il treno e vai
che se non te ne vai tanto te ne andrai
perchè sei, si sei quello che sei
ma comunque sei tanto più di me
e vai, prendi il treno e vai
che se non te ne vai tanto te ne andrai
verso stazioni tirreniche altrove dove passano i treni
direttissimi al sole ...altrove

L'ultima strofa ripetuta ad libitum su una chitarra in crescendo acidissimo, trascina l'ascoltatore veramente lontano, magari proprio sulle tracce della donna che se ne e' andata, in un tentativo di raggiungerla che viene frustrato dal secco stop della batteria, che determina la fine del brano.

 

Gli altri brani -forse- domani sera, che qua s'e' fatto anche troppa lunga la cosa :-)

 

 

Barney

 

 

 

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Posted May 24, 2012