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Julie project - la vita, la morte e quel che ci sta in mezzo

L'apertura della versione itlaiana dell'Huffington Post mi e' quasi indifferente, se non fosse che tra gli ultimi post della prima "prima pagina" c'e' la segnalazione di questo lavoro di Darcy Padilla, una fotografa freelance americana.

"The Julie Project" non e' una roba da bambini, ne' da stomaci deboli: e' la storia per immagini di una perdente americana; nata da una madre alcolizzata e da padre ignoto, violentata ripetutamente da uno dei compagni della madre sin dalla piu' tenera eta', Julie non poteva che trasformarsi in una homeless, diventare prestissimo una tossicodipendente e contrarre l'AIDS prima di aver compiuto i vent'anni.

Dal 1993 la Padilla ha fotografato Julie, e ha seguito la sua parabola discendente che ha trasformato la diciannovenne dei primi anni '90 in uno scheletro quasi informe degli ultimi suoi giorni prima della morte.

un tuffo nella vita reale che non puo' lasciare indifferenti: se avete il coraggio di guardare, fatelo e non ve ne pentirete.Quanto meno, Julia cambiera' il vostro punto di vista sul mondo.

La mostra e' visibile anche dal vivo, a Roma, dal 28 settembre al 2 novembre, qui.

 

Barney

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Tracey Shelton: Life and death in Aleppo (GlobalPost)

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Tracey Shelton e' una giornalista indipendente che segue il disastro siriano nell'unico modo possibile per un giornalista: direttamente, dalla strada, aggregata a un gruppo di ribelli ad Aleppo.

Il pezzo che si ascolta e si guarda cliccando sulla foto qua sopra e' il racconto della vita del gruppo, spezzata all'improvviso per molti combattenti (divenuti amici di Tracey) da una bomba governativa.
I morti sulla barricata fino a pochi minuti prima scherzavano, parlavano di cecchini che sparano anche ai gatti, pregavano il loro dio rivolti verso la Mecca.
I sopravvissuti si disperano e -probabilmente- si domandano se tutto questo ha un senso.

Colpisce nel servizio il tono algido, professionale e distaccato della Shelton, che immagino grandissima professionista anche nel congelare le emozioni che la stanno squassando.

Per me, un pezzo da Pulitzer.

Barney

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Christopher Churchill e la fede americana. In bianco e nero

La fotografia e' un mezzo incredibilmente versatile per raccontare storie. Sta alla pittura come il fumetto sta al romanzo: non un'arte minore, ma qualcosa di alternativo... di diverso, di probabilmente piu' popolare e quindi percepibile da una platea piu' vasta.

Se il fotografo e' consapevole che il medium e' altro rispetto alla tela o alla scultura, la fotografia rappresenta un mezzo potentissimo per far vedere con altri occhi la realta'. Esattamente come quando il disegnatore non vuole scimmiottare Dostojewsky: leggetevi Spiegelmann, Thompson, Miller, gustatevi qualsiasi cosa abbia scritto e fatto disegnare Alan Moore e avrete un'idea di cosa voglio dire.

Ma volevo parlare di Christopher Churchill, adesso, e del sua bellissimo "American faith". E' un racconto per immagini in bianco e nero di tutto quello che e' fede negli USA: dalla autopsia dei presunti alieni di Roswell ai visitatori di Graceland vestiti come il dio Elvis, a improbabili cappelle ricavate da chioschetti-bar.

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Television at service, Chocoloskee Island, FL. (C) Christpher Churchill, 2005

Uno spaccato vero e iperrealista di una nazione che e' tante nazioni.

Una testimonianza che e' veramente arte.

 

 

Barney

Lee Materazzi: Chair, 2007

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Lee Materazzi e' una giovane fotografa di chiare origini ugro-finniche. Fa cose come questa qua sopra, e altre anche meglio, come ad esempio la serie delle teste nascoste in muri, pareti e soffitti.

Il suo sito merita certamente una visita.

Barney

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