Panofsky's version

A totally unnecessary Blog

Una idea brillante

La simpatica mamma blogger americana Sunny Chanel ha avuto una idea niente male, e la cavalca con piglio brillante. Ha coinvolto sua figlia seienne in una serie di attivita' che diventano, c'era da immaginarselo, "fatte da mia figlia di sei anni".

L'ho scoperta con questa serie di post: sua figlia che giudica il contenuto di un libro dalla copertina.

Ne viene fuori roba come questo tentativo di esegesi di "Animal farm" di George Orwell in questa bella edizione:

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Ecco come la piccola descrive il contenuto del libro basandosi su quel che vede "fuori":

"It looks like a book for kids. I think it’s about a donkey and a pig that do not like each other and they both live on a farm for animals. The same farm. It looks like it would be a funny book with a good really nice ending. "

 

Ma pure "Fahrenheit 451" gli e' venuto bene, ispirato al punto giusto da una cover molto drammatica:

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La descrizione:

“I think this is about a gigantic robot who goes on fire and he doesn’t like himself. It has a sad ending. It looks like a book for teens. The title means fire, a really really really big fire since the number is 451, that would mean it was really hot. So the robot must get really hot. Maybe that is why he is so sad.”

 

Alla bambina (forse... Se la mamma non s'e' inventato tutto :-)) sono stati di recente proposti i manifesti di alcuni film famosi, e s'e' ripetuto il giochino.

E quindi abbiamo classici come "Blade Runner", il cui manifesto e' questo qua:

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... che vengono "interpretati" cosi':


"This is about two French people who are spies. It’s a man and woman and they are a team. It’s kind of a scary movie and it takes place in Paris at night."

 

Il massimo pero' la bambina lo raggiunge quando le viene chiesto di commentare questo film qua:

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Il suo commento tranchant e' il seguente:

"It’s not a very old movies but it is trying to pretend that it is. I don’t think I would like it. It looks weird. I don’t think anyone would like it. This movie is about the girl in the poster, she’s a detective, but not a very good detective. She spends a lot of time sitting in the front room of her house thinking and smoking. Not much happens in the movie. And smoking is really bad for you."

Notevole anche il senso civico e lo spirito salutistico della seienne. Avra' modo e tempo di ricredersi su Tarantino e Scott, ne sono sicuro. Per adesso, lasciamola giocare con la mamma :-)

 

Barney

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"Ilium" e "Olympos", Dan Simmons, 2003-2005 (Mondadori)

Il rischio nello scrivere un romanzo di fantascienza che parte dall'Iliade di Omero, la intreccia con tecnologie iperfuturistiche, vi inserisce elementi di meccanica quantistica a brancate, e condisce il tutto con massicce dosi di Shakespeare e Proust citati da androidi provenienti dai satelliti di Giove... il rischio si diceva e' quello -ovvio- di fare un pastone che nemmeno il cane di Ulisse lo avvicinerebbe.

E invece Simmons ha tirato fuori un altro ciclo da leggere assolutamente, come Hyperion: un meta-romanzo in cui le citazioni letterarie "colte" sono cosi' tante che e' impossibile coglierle tutte. Dalla "Tempesta" di Shakespeare, i cui personaggi sono quasi tutti presenti, a interi brani della "Recherche" di Proust, a -chiaramente- passi di Iliade, Eneide ed Odissea, passando per Coleridge e William Blake. E scordo di certo una decina di altri riferimenti.

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Nelle centinaia di pagine dell'opera si mescolano differenti piani narrativi e universi paralleli, spaziotemporalmente distinti ma destinati a convergere, in parte, alla fine del romanzo: l'epoca della guerra di Troia, un futuro imprecisato in cui la Terra e' abitata da poche centinaia di migliaia di persone, e un periodo/una Terra in mezzo a questi due. I grandi protagonisti dell'Iliade ci sono tutti, e terranno banco sino alla fine: Achille, Ettore, Elena, Paride, Cassandra, Ulisse, Menelao, Aiace... tutti gli dei con i lori vizi e le loro particolarita'... l'Olimpo e il Tartaro... ma anche Giove, Marte, -intesi come pianeti- e manufatti alieni in orbita geostazionaria terrestre...

Insomma: una ennesima prova di ardimento per Simmons, che supera di slancio la difficolta' e riesce benissimo in questo triplo salto mortale senza rete. 

 

Barney

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"L'alba della notte", Peter F. Hamilton (Urania Mondadori, quasi introvabile)

Una trilogia di quattromila pagine, presentata ai lettori italiani in dieci volumi spalmati in tre anni. Un'opera-monstre, che ci presenta un futuro fantascientifico iper-tecnologico, complicato, ampio come la nostra galassia ed oltre, ma che sotto sotto ci parla di filosofia, e cerca essenzialmente di rispondere (come puo' rispondere un romanzo) alle domande di sempre: "ma cosa c'e' dopo la morte?", "chi vince tra i buoni e i cattivi?", "l'amore e' veramente una forza invincibile?", "Dio esiste?".

"L'alba della notte" e' il "Guerra e pace" dei nostri anni, e' il romanzo russo dell'800 con influssi francesi, lunghezze Dickensiane e atmosfere buie e cupe alla Lovecraft.

E' grande letteratura, insomma, che pero' rimane purtroppo genere di nicchia perche' catalogato come "fantascienza". Come se la fantascienza non potesse avere dignita' di opera d'arte...

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Basterebbe il plot che si dipana dopo il paio di centinaia di pagine necessarie a stendere il primo, indispensabile, canovaccio di sceneggiatura a fare assurgere a capolavoro l'immane opera di Hamilton: nel 2650, per un casuale intervento di una entita' aliena durante un sanguinario sacrificio umano su un satellite appena colonizzato, le anime dei morti riescono a ritornare nel nostro continuum temporale, e iniziano a possedere i corpi dei vivi.

Condizione necessaria alla possessione e' che l'ospite non sia morto, e che si "apra" volontariamente (vulg.: implori di essere posseduto in seguito ad immani torture) allo spirito dall'oltretomba. Abbiamo cosi' le due societa' umane contrapposte (gli adamisti, che rifiutano la bioingegneria e gli edenisti, che ne fanno uso smodato), che improvvisamente si popolano di personaggi del passato: da Al Capone a Fletcher Christian (direttamente dal Bounty...), passando per guerriglieri vietnamiti, soldati delle legioni romane e reduci dalla prima guerra mondiale. I possessori hanno poteri energetici impressionanti, riescono a piegare la realta' alle loro esigenze, sparano globi di fuoco bianco dalle mani, sono immuni alle armi energetiche e possono essere feriti ed uccisi solo da proiettili vecchio stile. Uccisi per essere pronti a ritornare, chiaramente...

Lo scontro e' epico, e il motto delle anime dei morti e' "arrendetevi, tanto prima o poi passerete tutti dalla nostra parte". Il che e' vero, in prima approssimazione. Ma le anime dei morti sono molte di piu' dei corpi da possedere, senza considerare che i vivi sarebbero in pratica resi schiavi per l'eternita'; una resa senza condizioni e' quindi impensabile, una strage insensata pure. E per i medesimi motivi...

Ben presto gli uomini scoprono che lo scontro con le anime dei morti avviene, in un certo momento dell'evoluzione, per ciascuna specie senziente. Le due specie aliene che popolano la Via Lattea, pero', si rifiutano di aiutare gli uomini a superare la crisi, sostenendo che ciascuna specie deve trovare da sola la propria soluzione al problema. Una terza specie, i Laymil, hanno superato la crisi auto-estinguendosi.

Un aiuto concreto verra' dal Dio Dormiente dei Tyrathca (una antichissima razza iperconservatrice e poco tollerante), una entita' aliena sulle cui tracce sono l'adamista Joshua "Lagrange" Calvert e l'edenista Syrinx, una pilota di Spaziofalchi (astronavi biotecnologiche ad affinita'). La caccia percorrera' l'intera Galassia, mentre anche la vecchia Terra e' sotto la minaccia di possessione, da parte del primo e piu' feroce risultato del ritorno dei morti: Quinn Dexter, satanista sanguinario che vuole instaurare l'Alba della Notte del Fratello di Dio sul nostro pianeta.

Una guida ragionata all'immensa opera e all'universo creato da Hamilton e' qui (in inglese), un suggerimento per chi volesse leggersi la trilogia e' quello di cercare gli epub (piratati, vi avverto) sui circuiti underground "classici", anche perche' la versione cartacea e' di ardua (understatement) reperibilita'.

L'impegno vale comunque il divertimento, ve lo assicuro.

 

Barney

 

 

 

 

 

 

 

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"Il fuoco amico dei ricordi: Persecuzione e Inseparabili", Alessandro Piperno, Mondadori 2010 e 2012

Recensione doppia, perche' i due romanzi di Piperno (che proprio con "Inseparabili" ha vinto pochi giorni fa il Premio Strega) sono due pezzi di un'unica storia che si dipana dagli anni '80 ai nostri giorni. Piperno stesso lo dichiara esplicitamente, sin dal titolo dei due romanzi (che hanno entrambi il sottotitolo "Il fuoco amico dei ricordi"), e lo rende manifesto alla fine del primo, "Persecuzione", che termina con il classico "Continua..." dei fumetti a puntate.

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E i fumetti saranno i grandi protagonisti della seconda parte del dittico, pur essendo stati abbondantemente preannunciati anche nel primo volume.

Se la storia narrata nel romanzo bisecato e' abbastanza classica come impianto (si racconta l'ascesa, la caduta, il rialzarsi e la nuova disastrosa franata di una famiglia ebrea di Roma, padre medico affermatissimo, due figli assai differenti e la madre che ha come unico scopo quello di tenere tutto sotto controllo), la scrittura di Piperno e' notevole.

Forse troppo, per come lo scrittore indugia in preziosismi che m'hanno colpito e mi sono rimasti impressi: per dire, e' la prima volta che ho letto il participio passato di "irrompere", e Piperno lo usa tre volte (vado a memoria) solo in "Persecuzione". Come indugia, il fresco vincitore dello "Strega", in lunghi incisi e flashback che a volte rendono meno facile la lettura interrompendo la trama per pagine e pagine.

Ma seguire da vicino l'incredibile vicenda narrata in "Persecuzione" e' comunque avvincente, e la figura di Leo Pontecorvo, il Primario di Oncologia Pediatrica che viene perseguitato da voci e dicerie montate ad arte al solo scopo di distruggerlo, risulta oggetto di pietosa compartecipazione da parte di chi ne legge il destino ineluttabile.

Il secondo volume parte una ventina di anni dopo i fatti narrati nel primo, e si incentra sulle figure dei figli di Pontecorvo, Filippo e Samuel.

Il primogenito, che avevamo lasciato disadattato e dislessico appena adolescente, s'e' trasformato per puro caso -e per merito della moglie, ex ballerina di "Non e' la RAI"...- in un fumettista di enorme successo. Samuel, genio scolastico e sportivo, e' coinvolto in un intreccio di sentimenti, problemi lavorativi e depressione che lo portera' su binari imprevedibili.

"Inseparabili" e' molto incentrato sul sesso, e sulla differenza con cui i due fratelli approcciano il sesso. Filippo, scanzonato ed improbabile Casanova che riesce a portarsi a letto chi vuole; Samuel, praticamente impotente, che trascina una storia "ufficiale" decennale, e trova piacere solo negli incontri clandestini con Loredana, con la quale pero' non c'e' mai sesso perche' i due si dedicano solo all'autoerotismo.

Dei due libri a me ha disturbato parecchio la scomparsa improvvisa di personaggi sin li' centrali, che tornano solo in timidi accenni molte pagine dopo, ma per il resto direi che non v'e' confronto tra questo premio Strega e "La solitudine dei numeri primi". Ovvio che Piperno vinca a mani basse su Giordano.

 

Barney

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Posted July 12, 2012

"La giostra dei criceti", Antonio Manzini. Einaudi Stile Libero, 2007

Noir ricco di ironia ma anche di scene grandguignolesche, questo romanzo di Manzini si dipana tra le periferie borgatare della Roma un paio di passi indietro a "Romanzo criminale" e alla banda della Magliana. Forse per questo le scene violente sono piu' crude e quasi primitive nel loro sparger sangue e materia organica tra una cinica battuta e una vendetta che ci troviamo -noi lettori- ad aspettare con trepidazione e poi, alla fine, a benedire esultanti.

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Il libro fa avanzare parallele una serie di storie piu' o meno drammatiche, che ineluttabilmente si intrecceranno alla fine per dare (forse) un senso al tutto: una rapina finita male che poi si rivelera' una truffa e qualcosa di peggio; un piano fine-di-mondo di un Ministro illetterato per risolvere alla radice i problemi dell'INPS, un abbozzo di storia d'amore tra due impiegatucci e, sopra tutta la storia, la bellezza giovanile di Alessia, la barista fidanzata con un rapinatore gorilla, ma innamorata -e incinta...-d'un altro malvivente.

Il romanzo non ha pieta' per nessuno: tutti i protagonisti hanno come unico scopo il fare soldi "facili" per elevarsi dal fango in cui vivono, e per far questo non si guarda in faccia a nessuno: mariti, padri, fratelli, amanti... Tutti, come criceti sulla giostra, a macinare giri su giri, nella stupida speranza che la ruota poi si smuova. Tutti sacrificabili sull'altare del dio denaro: la pieta' non abita certo nelle borgate romane.

Dal libro e' stato pure tratto un film (l'opera si prestava abbastanza bene), che vedro' di scaricar di recuperare in videoteca.

Insomma, un libro che si lascia assolutamente leggere, ben scritto e ben condotto nei meandri delle sottotrame e nel tirare i fili alla fine.

 

Edit delle 22.00: vuoi vedere che la soluzione fine-di-mondo viene presa in esame? Le news ci danno l'INPS a rischio-pagamento pensioni...

 

Barney

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Posted July 10, 2012

"L'amico estraneo", Christoph Hein, ed. E/O

Gran bel libro, questo di Hein. Pubblicato per la prima volta nel 1982 nella DDR, quando il muro di Berlino era ancora bene in piedi, e l'anno dopo in Germania Ovest con un titolo orripilante ("Sangue di drago", citazione Wagneriana che si chiarira' solo una pagina prima della parola "fine"), il romanzo -o meglio, come spiega il suo autore, la novella- ha un classico impianto circolare che a me piace particolarmente.

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Si inizia dalla fine, quindi, e li' si tornera' nelle ultime pagine a chiosare una storia diversa per gente normale -come canterebbe De Andre'-.

Una storia scritta da un uomo che racconta, con voce di donna, la storia della protagonista. E' uno dei pochi libri che ho letto in cui la cosa funziona, e funziona benissimo, e funziona benissimo anche l'ambientazione nell'ex-DDR che potrebbe essere anche la Milano o la New York di oggi.

Claudia, un medico quarantenne, ci racconta nelle prime pagine la sua indecisione sull'andare o meno al funerale di Henry. Henry era l'amante di Claudia, l'amico estraneo del titolo, un vicino di appartamento della protagonista, che vive in un immenso palazzone con appartamenti tutti uguali, due stanze piu' bagno, e nessuno sa quanti coinquilini abbia in questa specie di caserma-dormitorio.

Claudia e' benestante anche per una berlinese dell'Est, lavora in una clinica e ha parecchi pazienti. E' divorziata, ha abortito due volte, ha una sorella e i genitori che vivono in una cittadina di provincia. Henry penetra nella sua vita fatta di trantran e routine semplicemente suonando una sera il campanello. Dice che ha fame, che non ha voglia di stare da solo e che vorrebbe compagnia per quella sera. Claudia lo fa entrare, si mette a letto e lascia che Henry mangi e le racconti un po' di se. Poi, lui si infila nel suo letto e ne esce la mattina dopo.

La storia va avanti lieve e asciutta, con una prosa molto diretta ed essenziale; conosciamo i pochi amici di Claudia -coppie con problemi, in genere, in cui il marito vuole portarsi Claudia a letto, e la moglie tradisce il consorte con qualche ragazzetto di citta'- e a poco a poco anche la vita di Henry. Che e' doppia: l'uomo ha infatti una famiglia in periferia, moglie e due figli. Ma anche la moglie ha l'amichetto, e quindi va tutto bene; le loro storie parallele non sono assolutamente di intralcio ad una non vita familiare che -perlappunto- non c'e'.

Claudia rivendica una certa autonomia da Henry: decide lei quali week end passare con l'amico estraneo, e quali invece trascorrere da sola a leggere nel piccolo bilocale. Presenta anche Henry alla sua famiglia, una vigilia di Natale, e per l'occasione scopre che il suo ex-marito se la fa con sua sorella.

Nel tempo libero Claudia fotografa paesaggi e particolari della natura, e stampa da sola le sue foto che riempiono il piccolo appartamento accatastate senza alcuno scopo ne' senso su mensole e scaffali. A un certo punto c'e' un rifiuto di questo hobby:

Da poco ho cominciato ad avere paura delle mie foto. Riempiono tutti gli armadi e i cassetti della casa. Da ogni parte si riversano alberi, paesaggi, prati, sentieri, legno morto, secco. Una natura senz'anima che ho creata e che ora minaccia di sommergermi.

...

Nonostante tutto, non smettero' di scattare fotografie. Ho paura di rinunciare. Mi serve come compensazione, mi e' di aiuto per superare i miei problemi...

In tutto questo scorrere di avvenimenti e di non vita Hein fa dire spessissimo alla protagonista che va tutto bene, che lei si sente bene, anzi benissimo. E' chiaro che il significato dell'affermazione e' esattamente opposto: Claudia non vive, non prende decisioni, si lascia trasportare dagli avvenimenti come un po' tutti nel libro.

Forse l'unico personaggio con un minimo di carattere e' Henry, che il giorno dopo il Natale in famiglia attacca questo dialogo con Claudia:

Faceva caldo e camminavamo col cappotto sbottonato. Henry chiese che cosa mi aspettavo da lui. Non lo capii e lo guardai in modo interrogativo.

Voglio dire, sipego', come pensi che andremo avanti.

Risposi di non averci riflettuto.

Va bene, disse,non voglio deluderti, ma non voglio piu' neppure restare deluso io.

Ero anch'io di questa opinione, ribattei, ed egli disse un po enigmatico: speriamo.

Ma Henry muore, ucciso in una stupidissima rissa per la quale non ha alcuna colpa. E Claudia si ritrova di nuovo da sola, e non ci mette poi moltissimo a riadattarsi alla non vita precedente: solo sei mesi.

Nelle ultime pagine Claudia ha un unico rimpianto: avere -da ragazza- litigato con la sua unica e vera amica della vita, Katharina, con la quale i rapporti si sono interrotti a causa del fatto che Katharina era cattolica e Claudia atea (come si doveva essere in DDR a quell'epoca). Ma, come ripete quasi a macchinetta nell'ultimissima pagina, lei sta bene, ha un ottimo lavoro, amici, soldi, salute, e -si, ribadiamolo- sta bene. Come Michael Stipe quando finisce il mondo:

 

 

Barney

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Posted July 3, 2012

"Non è un paese per vecchi", Cormac McCarthy, Einaudi 2006

Il vantaggio di avere letto un buon numero di libri [1] e' che se ti vien voglia di scrivere qualcosa e non sai di preciso cosa scrivere puoi avvicinarti alla tua parte di libreria (tutti abbiamo una nostra parte di libreria, anche se siamo da soli in casa...), leggere qualche titolo, scegliere un libro e tirare giu' qualcosa.

Stasera e' toccato a "Non e' un paese per vecchi", libro che ha reso famoso anche da noi Cormac McCarthy grazie al film che i fratelli Cohen ci hanno tratto.

Il film e' bello, ma il libro e' un'altra cosa.

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La storia e' semplice: un giovane cacciatore, Llewelin Moss, nel mezzo di una solitaria battuta di caccia nei deserti del Texas, si trova davanti a quel che resta di uno scontro tra trafficanti di droga messicani: auto crivellate, morti ammazzati a bizzeffe, panetti di eroina come se fossero mattoni, e solo un superstite, gravemente ferito. L'uomo trasporta una borsa con qualche milione di dollari, e Moss se ne impossessa credendo d'avere vinto la lotteria.

I "legittimi" proprietari dei soldi scatenano una tremenda caccia all'uomo per recuperare i soldi, in cui ha il ruolo di capo cacciatore un folle assassino a pagamento: Anton Chigurn, che ammazza le sue vittime sparando loro in testa con una pistola ad aria compressa da mattatoio.

A punteggiare le varie sparatorie, la fuga di Moss e la caccia di Chigurn ci sono nel libro le riflessioni di uno Sceriffo prossimo alla pensione che si ritrova a dover seguire il caso, Ed Bell. La fine tragica perseguitera' Moss anche nei suoi affetti piu' cari, e la figura incredibile di Chigurn si stagliera' come impunito ed amorale vincitore su tutto e su tutti.

Lo stile secco e deciso di McCarthy rende la lettura quasi disturbante per come le cose ti vengono sparate in faccia: senza filtro, senza abbellimenti letterari, senza alcun fronzolo. Essenziali nella loro bellezza, le frasi colpiscono la dove devono colpire, come la pistola di Chigurn.

Si fa un minimo di fatica -all'inizio- ad abituarsi ai dialoghi, che McCarthy non evidenzia con apici, lineette o altri segni editoriali: si va a capo, si mette la maiuscola e si inizia un nuovo discorso. E' a volte difficile capire chi sta parlando, ma dopo qualche decina di pagine (se non si conosce gia' lo scrittore) ci si abitua a questo stile del tutto personale. E si scoprono conversazioni assolutamente allucinanti, di una luminosita' quasi tagliente. Ecco un paio di esempi:

Chigurn che riporta i soldi recuperati al trafficante. Siamo nello studio del boss, che chiede:

E lei? Perche' non mi parla dei suoi nemici?

La risposta di Chigurn:

Io non ho nemici. Non permetto che esistano.


O lo stupendo dialogo tra la moglie di Moss e lo stesso Chigurn, che si fa trovare in camera della donna di ritorno dal funerale di sua madre:

Non hai motivo di farmi male, disse.

Lo so, ma ho dato la mia parola.

La tua parola?

Si. Qui siamo alla merce' dei morti. In questo caso di tuo marito.

Non ha senso.

Invece si, purtroppo.

Io non li ho, i soldi. E tu lo sai che non li ho.

Lo so.

Hai giurato a mio marito che mi avresti ammazzata?

Si.

Ma e' morto. Mio marito e' morto.

Si. Ma io no.

...

Tu mi vuoi ammazzare.

Mi dispiace.

 

Il dialogo va avanti cosi, per quasi sei pagine. E nessuna e' inutile, e sino alla fine speriamo che vi sia una deviazione dal binario entro il quale le parole stanno scorrendo sempre meno rapide, sempre piu' rassegnate, ineluttabili.

E sopra tutto e tutti, lo sceriffo Bell che viene fatto pensare piu' che parlare da McCarthy ogni tanto, con capitoli di una o due pagine in cui il vecchio sceriffo, in prima persona, riflette sia sulla vicenda che sta seguendo che sulla vita in generale, sulla vecchiaia, la morte, il progresso e il degrado dei costumi. Questi capitoli si distinguono dal resto anche per l'uso dell'italico come font di scrittura, a tracciare proprio una netta distinzione tra azione e riflessione.

Bell passa sulla storia -del libro, sua personale e dell'America- come il vero protagonista del romanzo, e chiude degnamente la vicenda ricordando amaramente suo padre, e un sogno che su di lui ha fatto dopo che e' morto. Sogno che probabilmente e' metafora della morte che si avvicina al vecchio, ma che non lo coglie ancora, visto che si sveglia per raccontarcelo.

Gran libro, insomma.

 

[1]... e di avere una memoria ancora decente.

 

Barney

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Posted June 5, 2012

"Il Terzo Reich", Roberto Bolaño (Adelphi editore)

Ennesimo libro postumo dagli sterminati archivi lasciatici da Bolaño, questo "Il Terzo Reich" e' un divertissement in forma di diario che -utilizzando una metafora assolutamente maschile e probabilmente comprensibile ad una ristretta minoranza- ci narra la crisi esistenziale di un giovane tedesco, Udo Berger, in vacanza "di lavoro" in una non meglio precisata localita' balneare della Costa Brava.

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L'interesse del protagonista, e il motivo della sua vacanza (la prima con la bellissima fidanzata) nello stesso albergo nel quale la sua famiglia andava quando Udo era bambino, sono i wargames da tavolo, quelli storici, che ricostruiscono spesso fedelmente le grandi battaglie del passato.

Il gioco che da il titolo al libro e' chiaramente ambientato durante la seconda guerra mondiale, e Udo e' una celebrita' nel ristrettissimo mondo dei fanatici dei wargames, essendo campione nazionale tedesco e influente articolista su numerose fanzines di settore. Lo scopo della vacanza e' scrivere un articolo per una rivista specializzata, in cui Udo spiega la sua variante tattica "invincibile", che permette di portare le truppe tedesche alla vittoria.

Il libro, come gia' detto, e' sviluppato in forma di diario perche' Udo "deve esercitarsi a scrivere". Il susseguirsi dei giorni di vacanza e' scandito dalle calde giornate di agosto, dalla spiaggia assolata e dai pattini a pedali del "Bruciato", un enigmatico e repellente personaggio che noleggia pedalo'. Il "Bruciato" ha il corpo ustionato da chissa' quale incendio, non si sa da dove provenga e spesso dorme in una specie di fortino ricavato dall'affastellamento dei pedalo' alla sera, sulla spiaggia.

Udo e Ingeborg, la splendida fidanzata che ama oziare al sole e odia (quasi teme) i giochi di Udo, incontrano un giorno un'altra coppia di tedeschi -Charly ed Hanna- , ospiti di un albergo vicino. I quattro fanno poi amicizia anche con due inquietanti personaggi del luogo, il Lupo e l'Agnello, sfaccendati e sbevazzoni, che li accompagnano la sera nelle visite a pub e discoteche.

Tra il trascinarsi evidentemente senza senso della storia tra Udo e Ingeborg, il rapporto tra le due coppie e tra le coppie e il Lupo e l'Agnello, l'incontro che ravviva una passione infantile tra Udo e Else, la bella proprietaria dell'albergo, si arriva al dramma della scomparsa di Charly, disperso in mare su uno windsurf. Da quel momento la situazione precipita: Hanna ritorna in patria pochi giorni dopo la scomparsa di Charly, lasciando Udo e Inge ad aspettare l'oramai inevitabile ritrovamento del corpo dello scomparso. Anche Inge, dopo qualche giorno, torna a casa e Udo rimane da solo a cercare di circuire Else, a fare sesso svogliato con una cameriera piu' disponibile rispetto alla sua titolare, e ad insegnare a giocare a "Terzo Reich" ad un sorprendetemente interessatissimo "Bruciato". Il quale si dimostrera', nella estenuante partita che riempie in sostanza la seconda parte del libro, allievo in grado di superare il maestro, sino al ribaltamento delle posizioni iniziali ed alla schiacciante vittoria degli Alleati contro le truppe dell'Asse (in barba alla variante "invincibile" inventata da Udo).

Ad intervallare le giornate sempre piu' balorde di Udo e le serate passate a giocare col "Bruciato", i tentativi di sedurre Else, il dialogo col di lei marito -gravemente ammalato- e le telefonate con l'unico vero amico di Udo, Conrad, subito disponibile a spedir soldi quando gli vengono richiesti, ed a consolare Inge quando la ragazza torna a Stoccarda.

Sullo sfondo, dall'inizio, quell'articolo che Udo deve scrivere e che dovrebbe presentare ad una Convention a Parigi, a dicembre. E proprio la Convention di Parigi rappresenta la fine del libro: Udo e' li, ma nemmeno lui sa perche'. L'articolo l'ha scritto sostanzialmente Conrad, lo presentera' lo stesso Conrad, e Udo non gioca ad alcun wargame da mesi, da quando il "Bruciato" l'ha sconfitto senza appello a "Terzo Reich". La scena finale vede un Udo che mette un po' in ordine lo stand del gruippo di giocatori di Stoccarda, e che poi -semplicemente- se ne va dall'area della Convention, senza fare rumore.

Lieve come e' entrato in scena, il protagonista lascia il palcoscenico. Non senza avere recitato la sua parte, piccola in verita'; e probabilmente non senza avere compreso quanto piccola la sua parte fosse. Ma lascia la storia con la piena consapevolezza che esistono cose piu' importanti che un gioco da tavolo.

Un romanzo "quasi di formazione", scritto dall'Autore alla soglia dei quarant'anni e prima di diventare giustamente famoso, ma un libro che mostra da subito le qualita' di uno tra i piu' grandi romanzieri di questi ultimi anni.

 

Barney

 

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"Flashback", Dan Simmons (Fanucci editore, 2012)

In un futuro anche troppo vicino (il romanzo e' ambientato nel 2030) l'assetto geopolitico mondiale e' irriconoscibile, se pensato oggi: gli Stati Uniti d'America si sono disgregati sotto i colpi della crisi, dell'impegno assistenzial-socialista di Barack Obama (arrivato nel momento storicamente piu' sbagliato), e della politica estera di assoluta tolleranza e comprensione nei confronti dell'Islam. Islam che ha ripagato della fiducia nuclearizzando Israele e occupando buona parte del vecchio continente, piu' Canada e parte degli USA.

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Questo e' il canovaccio nel quale si sviluppa "Flashback", e lo scenario nel quale si muove il protagonista della storia, Nicholas Bottom[1], ex-poliziotto di Denver e attualmente detective privato, tossicodipendente oramai bruciato dal flashback, la droga che fa rivivere episodi passati della propria vita. La maggioranza degli americani si fa di flashback tutto il giorno, i giovani vengono arruolati e spediti a combattere in giro per il mondo come mercenari al soldo dell'ONU, ma in pratica come truppe di conquista di Giappone e India, nuove potenze mondiali, uniche a tentare di resistere all'espansione islamica.

Bottom viene ingaggiato da un potente politico giapponese perche' risolva il mistero del brutale assassinio del figlio, avvenuto sei anni prima, caso sul quale Nick ha gia' indagato quando era poliziotto senza risolvere alcunche'. Il detective passa il suo tempo a rivivere -sotto flashback- la vita con sua moglie, morta in un drammatico incidente stradale a pochi mesi dall'assassinio del giovane giapponese, e ha affidato (meglio: affibbiato) loro figlio al suocero, che vive a Los Angeles.

Tra atmosfere che sono un misto tra Blade Runner e un qualsiasi romanzo cyberpunk di Gibson si intrecciano inestricabilmente la vita passata di Bottom, quella di sua moglie e quella del giapponese assassinato, l'odio che manda avanti Val, il figlio di Nick, e gli scontri sociopolitici per il controllo degli USA tra gruppi neonazisti, spacciatori latinos e le scarse truppe regolari ancora in azione.

Sino a scoprire, alla fine, che la posta in gioco e' molto di piu' che la soluzione del caso, e che nulla, proprio nulla e' come sembrava.

Un romanzo che e' molto piu' di una storia di fantascienza, con prese di posizione durissime sulle attuali politiche democratiche USA, e grida d'allarme nei confronti dell'espansione islamica. Ma neanche i "salvatori" giapponesi si salveranno dall'impietoso giudizio dell'autore.

Ottimo ritorno alla penna per Simmons, insomma: libro da leggere.

 

[1]: Nick Bottom e' il nome di uno dei protagonisti di "Sogno di una notte di meza estate", di Shakespeare, e la commedia esce fuori molto spesso durante la storia. Ancora una volta Simmons mischia la letteratura classica con la fantascienza, e gioca anche con l'atmosfera onirica della commedia, trasferita direttamente nel finale sogno-realta' del libro.

 

UPDATE:

Mi sembra giusto aggiungere due documenti alla mia recensione. Il primo e' un messaggio di Dan Simmons direttamente dal sito dell'autore. E' da leggere tutto, anche se e' lunghetto (come i suoi libri :-)); si riferisce anche se non direttamente a molte delle distopie immaginate in "Flashback", e ribadisce la visione del tutto fosca del futuro che ha in mente lo scrittore.

Il secondo e' l'articolo che incensa Simmons su "il Foglio" dello scorso luglio (data di uscita del libro negli USA). E' da leggere per come evidenzia l'attitudine tutta italica di "tifare" sempre e comunque, di piegare tutto alla merce' della causa. Che in questo caso e' chiaramente la crociata teocon dei pii devoti (quando mi immagino davanti Ferrara come pio devoto divento talebano, che si sappia), la certificazione della sconfitta di Obama (che e' pure NEGRO, lo si sappia nei salotti di sinistra!!), e l'inneggiare a Bush (sfido la testina di vitello che ha scritto quel pezzo sul Foglio a trovare UN SINGOLO passaggio che glorifica la scimmia del Texas. Sono qui che aspetto...). Insomma, le solite cazzate della destra neoconservatrice italiota, nulla di nuovo sotto il Sole.

 

Barney

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Posted April 9, 2012

"La generazione", Simone Lenzi (Dalai editore)

Il fatto che si possa esordire come scrittore alla mia stessa eta' mi permette di continuare a sperare. Pero' siccome so bene chi e' l'esordiente, e sono perfettamente consapevole che "esordiente" in questo caso e' un understatement enorme, ritorno immediatamente coi piedi per terra.

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Il libro di oggi, che segna l'esordio ufficiale per il suo autore sulle scene editoriali, e' "La generazione". Lo scrittore risponde al nome di Simone Lenzi, ed e' noto perche' fa il cantante e il compositore dei testi dei Virginiana Miller, storico gruppo livornese che da vent'anni produce ottima musica nel panorama indie italico. Che Lenzi sappia scrivere ce lo dimostra proprio la produzione musicale dei Virginiana e il fatto che Simone Marchesi, assistant professor di letteratura francese ed italiana a Princeton, ha dedicato alle parole delle loro canzoni un saggio: "Traccia fantasma. Testi e contesti per le canzoni dei Virginiana Miller" uscito per i tipi di Erasmo nel 2005.

"La generazione" del libro riguarda l'atto di generare, e quindi il riprodursi, il partecipare alla realizzazione di un nuovo essere vivente. Lenzi racconta, usando sempre la prima persona, la storia di una coppia di toscani (lui toscano di sicuro, lei in effetti non so...) non ancora quarantenni, che non riescono ad avere un figlio (a generare, quindi), ed intraprendono dunque il percorso della procreazione assistita. L'argomento non e' certo cosi' appealing come le trame di Moccio Moccia (Bibi che s'innamora di Step, ma tromba col babbo di Gegio finche' non scopre che il vecchio genitore e' un cripto-finocchio con l'idea di cambiare sesso. Bibi quindi si uccide tagliandosi le vene della caviglia con un Motorola Razr), ne' cosi' lieve come i romanzi di Fabio Volo (nomen omen...); ci vuole quindi un certo impegno nel leggerlo, nell'immedesimarsi nel narratore e nell'immaginarsi il doloroso percorso alla ricerca della capacita' generativa della coppia. Percorso in cui, come dice spesso Lenzi, il maschio e' li' per un compito di bassissima lega, di quasi nulla responsabilita', direi di supporto. E ammetto che lo sforzo e' duplice per chi -come me- figli ne ha e non ha dovuto faticare molto (ma direi piuttosto "nulla") per averne.

Per il lettore occasionale da best seller (quello che si fionda al supermercato per comperare l'ultimo Gramellini, il nuovo Vasco Rossi o il Camilleri d'annata) avere per le mani questo agile volumetto potrebbe risultare inoltre assai pericoloso, si' tanti sono i rimandi ad autori e filosofi classici greci e romani e a ricercatori di secoli fa (da Lazzaro Spallanzani ad Antoni van Leeuwenhoek, l'olandese inventore del primo microscopio che -come tutti i biologi sanno- ingrandiva grazie a una goccia di acqua o a una minuscola lente, ad Antonio Vallisneri e Francesco Redi). Non so quindi se il romanzo vendera' quanto merita (e' sicuramente scritto bene, e mai banale), e spero vivamente che non venda solo nell'ambito di coloro che hanno realizzato lo stesso percorso umano dei protagonisti (vulg.: tra le famiglie che hanno intrapreso la strada della fecondazione assistita).

Nel tentativo di farne vendere un paio di copie in piu', provo a raccontare qualcosa del contenuto (consapevole che non conto nulla, e che solo una passatina da fabiofazio decide, in Italia, quali libri si devono leggere e quali no).

Il protagonista fa il portiere di notte, e si "scambia" al mattino il posto nel letto con la moglie, che ovviamente si sveglia alle 7 e si prepara per andare al lavoro come tutte le persone normali. I due (di cui Lenzi non ci dira' mai i nomi) vivono in controfase perfetta una vita che risulta essere tutto sommato abbastanza normale. Il portiere di notte vive le lunghe serate al lavoro leggendo o andando in giro in rete, i pochi ma importanti compiti a lui assegnati svolti con coscenziosa puntualita' entro le due del mattino. Finche' marito e moglie non decidono di provare ad avere un figlio, figlio che in lunghi anni di matrimonio non e' mai arrivato.

Il portiere ci dice che la differenza tra lui e sua moglie in questo ambito e' che lui "vorrebbe" avere un figlio (in realta' preferirebbe una figlia), lei lo "vuole". E la volonta' della donna li smuove verso il tentativo di procreazione assistita: le visite, la conta spermatica per lui e i saggi ormonali per lei, le iniezioni di ormoni nella pancia di lei e gli integratori vitaminici per entrambi, in attesa del giorno del prelievo degli ovociti e degli spermatozoi, ed infine dell'impianto degli embrioni. Con -in tutta questa trafila che viene raccontata con trasporto ma anche con soprendente levita'- lui che cerca di razionalizzare le paure di lei, di proteggerla in qualche modo dalle prescrizioni sadiche di medici ed analisti, quasi a rivendicare per il maschio un ruolo molto piu' attivo che nella "normale" generazione.

Un bel libro, da leggere e far leggere anche alle moglie/compagne, perche' Lenzi possiede una sensibilita' che a mio avviso lo rende adattissimo a rappresentare un lato dell'animo degli uomini che spesso essi stessi cercano di tenere nascosto.

Noi uomini siamo tutti un po' portieri di notte, insomma: sia che abbiamo figli, sia che non ne abbiamo.

 

Volevo chiudere con "Breve apparizione di un vampiro", ma credo che questa qua sia molto piu' in tema:

"non ho avuto ne' figli, ne' gloria, o potere. Soltanto canzoni..."

 

Barney

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"Perdido Street Station", China Miéville (Fanucci editore)

Ci sono libri in cui ti imbatti per caso, non conoscendo per nulla l'autore ne' il contenuto. La sorte te li mette davanti e -se sei fortunato e pronto- devi solo cogliere l'occasione. A me e' successo con "La famiglia Winshaw" di Jonathan Coe, in cui incocciai nel 1998 a Bologna, in una affollatissima Feltrinelli in pieno centro, di sabato pomeriggio. Non so da cosa fui attratto, ma dell'acquisto non mi sono mai pentito, e di Coe ho letto poi quasi tutto quel che ha scritto, compreso l'ultimo.

Altri libri invece ti inseguono per mesi o anni; rimangono al limite del tuo campo percettivo e aspettano che tu ti decida a dar seguito alla tua dichiarazione di intenti ("Questo devo proprio leggerlo, prima o poi").

"Perdido Street Station" appartiene a questa seconda categoria: erano mesi che mi faceva l'occhiolino dalla sezione "fantascienza" di una delle librerie del centro, e l'avevo preso in mano e posato decine di volte, mai convinto del tutto all'acquisto, forse un po' spiazzato dalla copertina e dalla lettura fugace di qualche frase iniziale.

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Sino alla scorsa settimana, quando finalmente mi sono deciso a comperarlo. E la lunga rincorsa e' stata ripagata da un romanzo stupendo, un affresco che non so come catalogare se non "fantascienza cyber-steampunk con spruzzate di fantasy". Un romanzo che tra l'altro rappresenta il primo di una serie dedicata a New Crobuzon, la citta' entro la quale si dipana una storia che nasce in un lontano deserto di Bas-Lag, il pianeta che ospita l'intera trama.

Il libro e' un coacervo di razze differenti: uomini "normali", garuda (uomini-uccello volanti con ali, penne e becchi), khepri (uomini-scarabeo, anzi: donne-scarabeo perche' i maschi sono piccolissimi e idioti, in quella razza), cactacee (uomini-cactus), vodyanoi (uomini-rana), macchine senzienti (ovviamente a vapore), enormi ragni multidimensionali, demoni da invocare con attenzione, Rifatti (cyborg mezzi uomini e mezzi bestie con innesti di macchine)  e -sopra tutto cio'- le Falene Estinguitrici, di cui non diro' nulla.

La storia e' complessa, l'inizio del libro e' spiazzante: il primo capitolo e' il racconto in prima persona dell'arrivo di uno dei protagonisti a New Crobuzon, e capiremo solo dopo parecchio di chi si tratta e cosa sta meditando. Le sue riflessioni intervalleranno i vari capitoli, man mano sempre piu' lucide e chiare anche per il lettore.

Le varie sottotrame si dipanano senza apparente speranza di poterne tirare organicamente le fila, sino a quando tutto inizia a incastrarsi in maniera perfetta, e ciascun personaggio si ritrovera' esattamente al suo posto in un crescendo di rivelazioni e rivoluzioni: i malviventi spacciatori di merdasogni, la potentissima nuova droga; Isaac e Lin, lo scienziato folle e geniale e la sua compagna scultrice khepri; Yagharek, il garuda caduto; le macchine senzienti, e Jack Mezza-Preghiera, un Rifatto mezzo uomo e mezza Mantide Religiosa. Piu' altri personaggi non meno importanti.

La storia giunge ad un finale drammatico, in cui nessuno uscira' vincitore e tutti -chi piu', chi meno- perderanno qualcosa: il senno, l'onore o la vita.

Libro che avvince per tutte le sue quasi ottocento pagine, con un racconto permeato da notevoli spunti di riflessione sulla coscienza, la conoscenza, la rivolta, i movimenti marxisti-leninisti (giuro, c'e' pure questo), la diversita' che sfocia nel razzismo, l'amore, la pieta', la disperazione, la rassegnazione.

Da leggere, indubbiamente, perche' -come oramai a me pare evidente- la fantascienza e' uno dei pochi strumenti che abbiamo oggi per capire la nostra cultura.

 

Barney

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"Il morbo bianco", Frank Herbert (Ed. Nord)

"Il morbo bianco" e' relegato tra i romanzi minori scritti dal creatore di "Dune".

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Introvabile su Amazon, lo si compera sulle bancarelle (ad avere fortuna), oppure su Ebay a circa 5 Euro. E la ricerca del libro sara' ripagata dalla storia che leggerete, non facilmente catalogabile come genere, ma godibile ed interessante da molti punti di vista.

La storia e' stata scritta nel 1982, e racchiude molte delle tematiche care ad Herbert: politica, ecologia, psicologia, filosofia e spiritualita' permeano ogni pagina del romanzo che a tratti appare quasi profetico, a tratti un preludio ad una Apocalisse purtroppo possibile.

In breve il plot: John O'Neill, un brillante biochimico americano, ha deciso di passare un periodo di lavoro in Irlanda. Pochi giorni prima di iniziare le sue ricerche, sua moglie e i suoi due figli vengono uccisi in un attentato con un'auto-bomba organizzato dai Provos dell'I.R.A. (da non confondersi con il movimento Provo olandese).La perdita tragica della famiglia provoca in O'Neill un sentimento irrefrenabile di vendetta nei confronti dell'intera Irlanda, della Libia (in quanto anch'essa terra di terroristi), e dell'Inghilterra. In poco tempo O'Neill organizza un laboratorio segreto, fa perdere le sue tracce ed inizia una folle ricerca privata che ha come scopo la creazione di un morbo micidiale.

Il virus che O'Neill sta cercando di realizzare -con tecniche di ingegneria genetica descritte visionariamente bene, per un romanzo del 1982...- si lega al DNA delle donne, e in pochi giorni le uccide. I maschi risultano solo lievemente colpito dal morbo, ma la percentuale di morti femminili raggiunge il 100%.

L'intenzione di O'Neill e' quella di punire soprattutto Irlanda e Libia, ma l'azione dimostrativa iniziale sfugge immediatamente al controllo dello scienziato vendicativo, e il morbo si diffonde inarrestabile in tutto il mondo. Diventa imperativo proteggere dal contagio le poche donne rimaste, e ricercare una cura alla malattia che -mutando- inizia a fare strage pure in altre specie di mammiferi.

Il romanzo si snoda tra varie sottotrame, concentrandosi sull'aspetto psicologico degli avvenimenti e sul fatto che in breve tempo la civilta' mondiale regredisce quasi a livello preistorico. In un crescendo di infezioni e di tentativi di arginare la malattia, diviene lecito non solo uccidere chiunque invade i tuoi territori, ma anche nuclearizzare metropoli e simboli della civilta' come Citta' del Vaticano, o lasciare al proprio tragico destino interi continenti.

La scienza e' -ne "Il morbo bianco"- sia mostro incontrollabile e sempre pronto a sterminare l'umanita', sia unica soluzione allo sterminio: esattamente come e' nella realta'. La salvezza arrivera' proprio dalla scienza, ma nulla sara' piu' come prima in un mondo che vede il rapporto tra sessi spaventosamente sbilanciato verso i maschi: le poche donne rimaste potranno dettare tutte le condizioni che vogliono, anche quella di potere avere molti "mariti", visto che sono la cosa piu' preziosa sulla faccia della Terra.

Interessante, tra le altre cose, l'"accanimento" di Herbert (o meglio, di O'Neill) nei confronti della Libia, vista come impero del male assoluto. Pensavo che la cosa avesse un collegamento con l'attentato di Lockerbie, ma ho controllato: e' del 1989. In realta' all'epoca del romanzo Gheddafi era uno dei maggiori finanziatori dell'IRA, il che basta e avanza a giustificare la connessione Irlanda-Libia in un'ottica di realta' prestata al romanzo. Nel migliore stile Herbertiano.

Barney

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I am alive and you are dead

Oggi sono trent'anni che e' morto uno dei piu' geniali scrittori di ogni epoca. Un uomo che ha reinventato un genere e lo ha nobilitato, da lettura per ragazzini poco svegli a branca legittima del romanzo. Insomma, e' il trentennale della morte di Philip Kindred Dick.

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In molti lo conosceranno perche' ha "scritto" Blade Runner (in realta' ha scritto "Do androids dream of electric sheep?", che e' un titolo stupendo per un romanzo in cui si parla di replicanti e di incubi. Molto meglio di Blade Runner...), o Minority Report, o Total Recall, o Paycheck o altri mille racconti e romanzi. A me piace ricordarlo con uno dei suoi romanzi che voleva si tramutassero in film (ne aveva gia' scritto addirittura la scenografia), ma che nessuno ha ritenuto saggio girare. Ubik, insomma; da cui il titolo del post. Si, perche' a leggere certa roba, e' molto piu' vivo PK Dick a trent'anni dalla sua morte di molta gente che -dice- campa scrivendo.

 

Barney

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Posted March 2, 2012

I dispiaceri del vero poliziotto - Roberto Bolano, Adelphi 2012

A quasi dieci anni dalla sua prematura morte si continua a pubblicare roba scritta da Bolano. Lo scrittore cileno ha lasciato parecchio materiale, spesso poco e male organizzato, oppure non terminato (non credo che Bolano abbia mai ritenuto un suo libro "terminato", peraltro), ma nel mare magno della sua produzione si trovano anche romanzi "quasi" completi, come questo qua.

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Checche' dicano la prefazione e la postfazione (quest'ultima della moglie di Bolano), il romanzo appare comunque un lavoro ancora in bozze, con parti da limare e buchi da colmare. Ma -come ho letto qualche ora fa su un blog di aficionados del cileno- quasi tutti gli altri scrittori viventi darebbero il braccio sinistro (se mancini) per poter scrivere un abbozzo di romanzo come questo, e cio' vi basti come commento sulla qualita' del lavoro.

Lasciate da parte le elucubrazioni su chi sia il "vero poliziotto" del titolo (Bolano avrebbe scritto che e' lo stesso lettore), andiamo -io e l'omino del mio cervello, ovviamente- a raccontare brevemente la trama.

Siamo dalle parti di quel capolavoro che e' "2666", e parzialmente pure in zona "I detective selvaggi" (capolavoro forse ancora maggiore); il protagonista del libro e' infatti Oscar Amalfitano che, vedovo dell'amatissima e stupenda moglie, si scopre omosessuale a cinquant'anni, in una Barcellona di fine anni '90. Il primo capitolo ci scarica immediatamente al centro della narrazione, nello stile caotico e coinvolgente di Bolano. Ecco un assaggio delle primissime frasi:

Per Padilla, ricordava Amalfitano, la letteratura era eterosessuale, omosessuale e bisessuale.

I romanzi, in genere, erano eterosessuali.

La poesia, invece, era assolutamente omosessuale. Nel suo immenso oceano distingueva varie correnti: frocioni, froci, frocetti, checche, culi, finocchi, efebi e narcisi. Le due correnti maggiori, tuttavia, erano quelle dei frocioni e dei froci.

Walt Whitman, per esempio, era un poeta frocione.

Pablo Neruda, un poeta frocio.

William Blake era, senz’ombra di dubbio, un frocione, e Octavio Paz un frocio.

Borges era un efebo, cioè poteva diventare all’improvviso frocione e all’improvviso rivelarsi semplicemente asessuato […]

Una checca, secondo Padilla, era più vicina al fior fiore del manicomio e alle allucinazioni sulla carne viva, mentre i frocioni e i froci vagavano in modo sincopato dall’Etica all’Estetica e viceversa...

Padilla, l'amante di Amalfitano, percorrera' la storia del romanzo con la sua giovane presenza prima fisica, poi solo epistolare, infine quasi spettrale a significare -forse- pure l'imminente morte annunciata dello scrittore. Padilla e' il giovane viveur che inizia Amalfitano all'omosessualita', e che scopertosi ammalato di AIDS detta i tempi finali del libro.

In mezzo, nel libro, c'e' la cacciata di Amalfitano dall'Universita' di Barcellona, appena il Preside scopre che il professore e' dedito a rapporti sessuali con i suoi studenti, e la "fuga d'onore" in Messico, a Santa Teresa, con Rosa, la figlia diciottenne di Amalfitano che -con il padre- ritornera' pure in "2666", proprio a Santa Teresa. In mezzo c'e' pure la produzione letteraria di Arcimboldi, lo scrittore fantasma di "2666", di cui vengono presentate in poche pagine tutte le opere (ovviamente inventate da Bolano), le sue lettere agli amici, i suoi viaggi, gli amici e i nemici, gli hobby... Tutto Arcimboldi, insomma. E poi c'e', ovunque e comunque, Santa Teresa, in cui si continua a morire e  a vivere lentamente.

C'e' pure l'immancabile capitolo cinico-grottesco in cui si narra la storia di una famiglia messicana in cui le primogenite si chiamano tutte Marìa Expòsito, oppure Marìa Expòsito Expòsito, e che arrivate a 17 anni vengono invariabilmente violentate da qualcuno, rimangono incinte e generano la successiva Marìa Expòsito.

La fine del libro arriva con la notizia, data per lettera da Padilla a Amalfitano, che il ragazzo e' ammalato di AIDS. Tra alti e bassi si arriva all'ultima missiva di Padilla, che si chiude cosi':

Viviamo al ritmo di un'attesa quanto mai affascunante. La sera guardiamo la televisione, seduti sul divano, mio padre, Elisa e io. Nei prossimi giorni succedera' qualcosa. Ti terro' informato.

Rimaniamo, noi lettori, ignari di quel che succedera' di li' a qualche giorno. Meglio: rimaniamo pudicamente lontani dallo spettacolo della morte di Padilla, e pure di Bolano, che sono entrambe inevitabili e certe. Ma che ci vengono risparmiate, almeno nella finzione del romanzo.

Da leggere, dopo i gia' citati "2666" e "I detective selvaggi", ma sicuramente da leggere.

 

Barney

 

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"Quando la luce tornera'", Vernor Vinge

Dopo "Universo incostante", vero capolavoro della SciFi, Vinge scrive "Quando la luce tornera'", romanzo in cui vi sono alcuni -poco significativi- punti di contatto con il Premio Hugo del 1993, ma lettura avvincente e storia costruita benissimo, e a sua volta Premio Hugo 2000. Vinge scrive relativamente poco, ma ogni suo romanzo e' una chicca, compreso "Alla fine dell'arcobaleno", che un paio di annetti fa dette origine alla querelle lettori-Mondadori per gli antipaticissimi tagli alle opere della collana "Urania".

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Se riuscite a trovare il libro su qualche bancarella dell'usato (il romanzo e' introvabile altrimenti, almeno in italiano: manco su eBay c'e'!...) avrete tra le mani una storia con parecchi particolari interessanti.

Ad esempio, un pianeta che orbita attorno ad una stella variabile, che alterna 35 anni di attivita' (e quindi di luce e calore) a 215 di spegnimento quasi completo, con conseguente trasformazione del pianeta stesso in palla di ghiaccio. La civilta' che si e' sviluppata su quel pianeta ha trovato il modo di sopravvivere al gelo infrattandosi in grotte profondissime, ma ad ogni ciclo di accensione si trova a dover ricostruire daccapo tutte le infrastrutture di base (palazzi, strade, fattorie...) che vengono spazzate via dai primi mesi di intensa attivita' solare; l'avanzamento tecnologico e' quindi "a salti", e proprio quando siamo vicini alla nascita della prima civilta' industriale, due differenti spedizioni "commerciali" sono in orbita attorno al pianeta per sfruttare gli ingenui alieni (che tra l'altro sono proprio quanto di piu' alieno si possa immaginare: ragni senzienti). Uno dei due gruppi e' rappresentato da veri commercianti, i Qeng Ho (citati anche in "Universo incostante"), ansiosi di mercanteggiare chissa' quali ricchezze con gli autoctoni, l'altro e' rappresentato da umani misteriosi, gli Emergenti, che si riveleranno ben presto un incubo della peggiore specie, sia per i Queng Ho che per il pianeta Arachne. Tra gli Emergenti risaltano per cattiveria e crudelta' alcuni personaggi indimenticabili, primo tra tutti il caponave e leader di missione Tomas Nau. Pagina dopo pagina si impara ad odiare Nau e i suoi scagnozzi, e a sperare che qualche evento particolarmente doloroso li cancelli dalle pagine del libro. Si scopre che gli Emergenti sono soliti utilizzare (letteralmente) i prigionieri di guerra per scopi diciamo "cybertecnologici", e ovviamente pure per diletto sessuale.

La storia si alterna tra i visitatori umani, che in orbita attendono per decenni che la civilta' dei ragni diventi tecnologica al punto giusto, e i ragni stessi, tra i quali presto impareremo a riconoscere Sherkaner Underhill, geniale e bizzarro inventore a meta' strada tra un McGyver e Leonardo da Vinci. Il tutto con l'inesorabile metronomo della stella OnOff, che precisa come la morte si spegnera' dopo trentacinque anni di attivita'.

Riusciranno i ragni ad evolvere a sufficienza per rimanere attivi anche durante il grande gelo? Chi prevarra' nella lotta in orbita, tra i simpatici Qeng Ho e i fottutissimi Emergenti?

Recuperate il libro, e lo saprete!

Barney

 

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