Panofsky's version

A totally unnecessary Blog

"L'energia del vuoto", Bruno Arpaia

La parola per descrivere il romanzo di Arpaia, entrato quest'anno nella cinquina dei finalisti dello "Strega", e' una sola: Infodump.

Libro-lenergia-del-vuoto

In letteratura l'infodump e' una variazione dell'esposizione, che si differenzia da quest'ultima per fornire al lettore una enorme quantita' di informazione (spesso inutile/gia' nota) in poche pagine. 

Una variazione dell'infodump e' un intero libro che -venduto come un romanzo- e' invece un saggio scientifico mascherato. Con il piccolo particolare che in genere il saggio scientifico e' scritto da un ricercatore; il romanzo invece lo scrive uno scrittore senza particolari competenze scientifiche.

 "Il mago dei numeri" di Hans Magnus Enzensberger e' un classico infodump che dura per tutte le pagine del libro, e il romanzo di Arpaia si pone sulla sua scia. Con l'ulteriore aggravante che l'argomento di quattro quindi del libro non sono i numeri, ma la meccanica quantistica e la teoria delle superstringhe, ovvero argomenti di frontiera della scienza moderna, argomenti che -ne sono assolutamente certo- non fanno facilmente breccia nella testa del lettore-tipo.

Il quinto rimanente e' un delirio che dovrebbe far virare il romanzo verso il thriller: terroristi arabi (che vanno sempre bene, dopo l'11 settembre...) che organizzano a Parigi un attentato in cui crolla -con gran fracasso e strage immane- la Tour Eiffel (si diceva: l'11 settembre, no?), ma hanno come scopo ultimo quello di impadronirsi della potenza di calcolo del Large Hadron Collider del CERN per potere organizzare degli attentati spettacolari (immagino che con quella potenza di calcolo, "spettacolare" significhi qualcosa di vicino a "far sparire tutto questo braccio della galassia dentro un buco nero". Ma allora, caro Arpaia, c'ha gia' pensato Peter F. Hamilton :-) ). Qua e la personaggi accennati con pochi tratti di carboncino, storie abbozzate e mai finite, e poco altro.

Un libro, insomma, del tutto deludente. Tanto che appena finito mi sono buttato sull'enorme (1369 pagine...) "Limit" di Frank Schatzing (che peraltro e' partito malino pure quello, con un bell'ascensore gravitazionale, ma vediamo dove vuole andare a parare).

Barney

 

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Posted July 28, 2011

Ritornano le Tigri della Malesia (Paco Ignacio Taibo II)

Paco Ignacio Taibo II (da ora in avanti PIT II) e' uno dei miei scrittori preferiti, eclettico ma sempre piacevole da leggersi. Mi sono avvicinato, quindi, con ottima predisposizione d'animo alla lettura della sua ultima fatica romanzesca, uscita quest'anno per i tipi di Tropea in concomitanza con il centenario della morte (da suicida) di Emilio Salgari, il creatore della saga di Sandokan e di mille altri personaggi protagonisti della fanciullezza di generazioni di italiani (me compreso, cresciuto con un libro in particolare sotto il cuscino: "I figli dell'aria").

L'avere amato "Ombre nell'ombra", "Eroi convocati", "Giorni di battaglia" e "Il fantasma di Zapata", l'avere acquistato anni fa la monumentale biografia di Ernesto "Che" Guevara "Senza perdere la tenerezza" e non averla ancora letta non mi possono pero' esimere dal dare un giudizio spassionato su questo libro definito da PIT II un "Pastiche salgariano": il romanzo e' orrendo, spezzettato in mille micro capitoli, spesso senza una logica di fondo, con promesse e premesse iniziali mai mantenute. E alla fine del libro se ne capisce la ragione: il volume e' frutto di quattordici anni di scrittura, spezzettati tra Citta' del Messico DF, Gion, Barcellona e chissa' quali altre citta' mi dimentico. E lunghe pause tra una pagina scritta e l'altra, cosi' che ciascun capitolo e' poco piu' lungo di due pagine scritte grosse...

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L'idea di fondo e' il pastiche letterario, la commistione di personaggi e generi, arte in cui eccelleva Philip Jose' Farmer, lo scrittore di fantascienza e di fantastico giustamente omaggiato da PIT II nell'introduzione. Ma il risultato e' anni luce lontano dal divertentissimo "Il diario segreto di Phileas Fogg", in cui Farmer ha riletto alla sua maniera "Il giro del mondo in 80 giorni" di Jules Verne.

In giro si trovano alcune recensioni del romanzo di PIT II, da quella "politica" di Fabio Negro (sicuramente un fascista, per usare il suo metro di giudizio), che dopo essersi lanciato contro la lettura politica di Sandokan e Yanez data da PIT II (due antiimperialisti, secondo il buon Paco) elenca puntualmente le innumerevoli incongruenze e gli errori pacchiani compiuti da PIT II rispetto alle vere storie di Sandokan e Yanez, a quella ironica ma non meno puntuale che si puo' leggere sul "Giudizio Universale". Sul sito del mensile, Dario De Marco immagina una intervista con Salgari, il quale si dice profondamente deluso (per usare un eufemismo) e lontano dall'operazione-PIT II. La sostanza e' comunque quella: "Ritornano le Tigri della Malesia" rappresenta il peggior libro che PIT II ha scritto sino ad oggi, e non merita assolutamente il prezzo di copertina.

Barney

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Posted July 11, 2011

Il tempo del vuoto - Peter F. Hamilton

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E' in edicola -ancora per poco- il secondo volume della saga del Vuoto di PF Hamilton, "Il tempo del vuoto".
Una lettura da fare DOPO essersi procurati il primo libro della trilogia, "Il sogno del vuoto", e magari preparandosi a rimanere attaccati ad un universo complicato e dalle mille sfaccettature, ma assolutamente coerente nella sua complessita'. Di Hamilton a me piace tutto, ma capisco chi lo odia a morte, un po' come Robert Jordan e il suo immenso ciclo della Ruota del Tempo.
Se pero' rimarrete affascinati dalla serie del Vuoto non potrete assolutamente fare a meno di recuperare l'immensa serie de "L'alba della notte", che Urania ha pubblicato anni fa in -mi pare- addirittura dieci volumi.
Purtroppo questa roba qua in Italia la si legge su una pubblicazione da edicola (senza alcuna offesa per le edicole, sia chiaro), e non c'e' speranza di vederla ristampata in formato-libro, ne' di poterla recuperare in formato ebook LEGALE (per i .pdf illegali invece non dico niente). Chi e' incuriosito dalla saga, la puo' trovare in inglese su Amazon.

Barney

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Posted June 20, 2011

Wanderlust: GOOD traces the most famous trips in history

Fantastico mappamondo con sopra decine di viaggi famosi, sia reali che letterari. Da passare ai figli sicuramente ;->

Barney

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Il giallo scandinĂ vo 2 - il ritorno delle menti semplici

Dopo l'approfondita analisi del fenomeno letterario del secolo, ovvero l'inusitata ed inspiegabile ascesa nelle classifiche di mezzo mondo dei "gialli" vichinghi (disamina reperibile qui), sono costretto a tornare sull'argomento dalla pressante attualita'. Nella gita a Roma, che ha compreso come quasi sempre la visita alla Libreria Fanucci, m'e' capitato di imbattermi in una pila di "gialli" svedesi/norvegesi/finlandesi che avevano tutti una affascinante caratteristica in comune. Dato che una immagine vale piu' di mille parole passo a mostrare quattro indecenti e orribili fototessera prese al volo tra la folla che si accalcava negli angusti spazi di Piazza Madama. La qualita' e' quella che e' solo per colpa mia che scattavo con una mano sola:

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Figura 1: Non credo si parli del Papa, o di Padre Pio.

 

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Figura 2: Mestieri del passato, parlando di Circo ovviamente.

 

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Figura 3: Scuola primaria, credo.

 

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Figura 4: Un classico del genere.

Giuro che questi quattro libri giacevano in pile ordinate, l'uno accanto all'altro. Si tratta di uscite recenti, in cui la semplificazione del plot tipica deli giallo Scandinàvo e' giunta a punte Zen quasi insuperabili, partendo gia' dal titolo del romanzo. E' facile immaginare, ad esempio, che il protagonista cattivo del libro di figura 3 si diverta a marchiare le sue vittime con -suspance...- lettere dell'alfabeto (o lascera' una "A" scritta col sangue sul muro la prima volta che sgozzera' una giovine vittima, una "B" la seconda volta e via cosi' fino alla "Z"), o che nel libro di figura 2 vi sia un adepto di Franz Anton Mesmer. Insomma, oltre agli altri ingredienti ineludibili del tipico giallo nordico c'e' pure 'sta roba del titolo "articolo-nome" a prova di leghista ubriaco.

Tutto questo vi potra' sembrare ancora piu' strano ed incomprensibile se solo aggiungo un ulteriore particolare, assolutamente vero, alla storia. Ho portato con me un solo libro, da leggere la sera prima di addormentarmi. Un giallo svedese che mi ha prestato la mia vicina di casa la sera prima di partire. Ecco... non so come dirlo, ma quel libro riesce ad elevare l'arte Zen della semplificazione del titolo a livelli ninja. Si tratta di questo libro qua:

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Figura 5: Senza parole.

Un giallo svedese che si intitola "il Cinese". Il Giallo che si intitola "il Giallo". Tout se tient...

 

Barney

 

 

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"Pandemonium" di Daryl Gregory

Recensione di un buon libro difficilmente catalogabile come genere, stasera.

Il romanzo in questione e' "Pandemonium", opera prima dello statunitense Daryl Gregory. Edito da Fanucci, che è una delle case editrici che mi piacciono di più. L'unica libreria Fanucci d'Italia (e di conseguenza del Mondo) e' vicino a Piazza Madama, a Roma, e tutte le volte che sono in zona ci faccio un salto, e non esco mai senza almeno un libro. Ah, apprendo adesso dal loro sito che il 15 dicembre inaugureranno una seconda libreria :-) , sempre a Roma, in via di Vigna Stelluti 162.

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La trama in breve: l'azione si svolge in una realtà identica alla nostra, con un'unica differenza: a partire dagli anni '50 vi sono nel mondo fenomeni di possessione demoniaca, da parte di un manipolo di spiriti ben caratterizzati ("il Pittore", il fuochista di locomitive "Jack Ciminiera", "il Kamikaze", "il piccolo Angelo", e così via) che -in genere- possiedono per poche ore le malcapitate vittime. Il protagonista del libro è un uomo che da bambino è stato posseduto da Hellion, lo spirito di un ragazzino scavezzacollo e bizzoso; insomma: un teppista in erba. Troviamo il protagonista che ritorna a casa della mamma, dopo un terribile incidente d'auto provocato -si capirà in seguito- dal riapparire dei segni di possessione demoniaca. E scopriremo pure che il demone è lo stesso Hellion che ha segnato la sua infanzia.

Tra una citazione di P.K. Dick (uno dei demoni è addirittura Valis) e una di A.E. Van Vogt (gli slan sono onnipresenti), il libro si dipana attraverso trovate intelligenti e brillanti ed inevitabili cadute di stile, finché si arriva alla parte finale-rivelatrice del romanzo in cui il libro diviene meta-letterario, e la potenza della lettura e dell'immaginazione del lettore si erge a protagonista assoluta. Questa parte è molto probabilmente meno rivelatrice di quel che dovrebbe, nel senso che a un certo punto Gregory ha già svelato il colpo di scena che attende i lettori qualche decina di pagine più in là, ma tutto sommato si regge perfettamente in piedi.

Il finale a me è piaciuto molto, sia per la sua relativa non scontatezza, sia per l'aria di triste malinconia che permea le ultime pagine.

Da leggere, sicuramente: uno dei migiliori esordi degli ultimi anni.

 

BP

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Asciugare con le forbici

Arrivo ultimo, ma spesso arrivare ultimi e' un bene: hai davanti il quadro completo, hai riflettuto sulla cosa, hai sentito le due campane e -insomma- dovresti aver capito qualcosa, se non tutto.
La questione e' -detta semplicemente- la linea editoriale di Urania (rivista mensile di fantascienza, edita da Mondadori e diretta da Giuseppe Lippi), e nello specifico il fatto che tutti i romanzi pubblicati che superano le 350 pagine sono stati (in passato) e continueranno ad essere (in futuro) tagliati di una percentuale variabile di testo (sino al 20%, e scusate se e' poco) per farli rientrare nella lunghezza-tipo.

Il caso e' esploso in pieno agosto, sul sito della Mondadori: la presentazione del bel romanzo di Vernor Vinge "Alla fine dell'arcobaleno" e' stata commentata a un certo punto da tal "Raviolo" cosi':

# Raviolo
Agosto 18th, 2010 at 20:30

Il libro l’ho finito. Ma mi è venuto un terribile dubbio (nonostante ho visto che la traduttrice sia una delle migliori in circolazione), vista la molteplice presenza di passaggi piuttosto oscuri e ambigui. Viene il dubbio che le spiegazioni di contorno siano state prosciugate o sforbiciate, e chiedo quindi al Sig. Lippi, è stato sforbiciato il libro? Ho notato che non solo io ho il dubbio in questione.


Immediatamente, si aggiungono altri commenti che ipotizzano tagli piu' o meno consistenti: Darkyo, Nick, Kronos H e via andare, in un crescendo di reazioni che -a mio avviso- si sono sempre mantenute sul piano della correttezza e della assoluta educazione. Potete controllare da soli qui.

Il succo di moltissimi dei commenti e': "OK, abbiamo capito che per motivi economici non potete stampare volumi piu' lunghi di 350 pagine mantenendo l'abituale prezzo di copertina. Ma allora potreste variare il prezzo stesso, oppure spezzare in due volumi il romanzo, o ancora indicare chiaramente sulla copertina che il romanzo non e' la versione integrale, o infine evitare -nel caso tutte le altre soluzioni siano impraticabili- di acquistare i diritti di pubblicazione di romanzi che superino le 350 pagine". Mi pare che tutte le soluzioni proposte avessero una loro logica ragionevolezza, e soprattutto fossero oneste con i lettori di Urania.

Ma il giorno 19 agosto interviene nella sezione "commenti" del sito di Urania il Direttore, Giuseppe Lippi. L'intervento, lungo e articolato e' -come dire?- a gamba tesa, e si puo' sintetizzare citando un grande della nostra letteratura:

C’era una volta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
- Io so’ io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
pozzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà, nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo -.

Co st’editto annò er boja pe ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e, arisposero tutti: E’ vvero, è vvero.

(G.G. Belli)

Insomma, pare che a un certo punto Lippi abbia pensato: guarda te questi lettori, che si permettono di fare confronti tra la versione originale e quella da noi pubblicata, e si lamentano perche' alcune frasi vengono tagliate! Urania e' cosi', lo e' stata in passato e lo sara' in futuro. Se non volete comperarla, liberissimi; noi non possiamo evitare in alcun modo i tagli per tutta una serie di motivi tecnici (comprensibili). E -cosi' finisce Lippi- sappiate comunque che questi tagli, o meglio: queste "asciugature del testo" vengono sempre concordate con l'autore.
Qualcuno chiede conferma almeno di questa cosa: e Lippi conferma: i tagli sono concordati.

I lettori della rivista diretta da Lippi, pero', son davvero buffi, curiosi e rompicoglioni, un po' come le piattole. E uno di loro prende e scrive a Vernor Vinge, chiedendogli lumi sui tagli "concordati" con Lippi o chi per lui. Vernor legge la mail, si stupisce, si incazza come un facocero e risponde che nessun cazzo di taglio e' stato mai concordato con lui.
La cosa -e' ovvio- viene posta all'attenzione di Lippi, che allora dice che i tagli e' evidente che non sono stati concordati con l'autore, ma con il suo agente. Il solito rompicoglioni -che deve avere parecchio tempo da perdere- non lascia passare nemmen cinque minuti: prende e scrive pure all'agente di Vinge. Che risulta all'oscuro di tutto, esattamente come il suo scrittore. Nuova comunicazione elettronica su vari blogzs, e nuovo cambio di versione di Lippi: beh, l'asciugatura l'abbiam discussa con il rappresentante italiano dell'agente di Vinge.

Ora, a me francamente non interessa venire a capo del fatto che Vinge (o un suo rappresentante editoriale) sia stato o meno informato dei tagli. Interesserebbe, pero', sapere cosa acquisto, quando in edicola compero Urania.
E mi pare di capire che se il volume ha 350 pagine precise, tutte riempite dal romanzo del mese, e' piu' che probabile che tale romanzo sia stato "asciugato". E quindi in futuro non acquistero' quegli Urania: asciugare con le forbici mi pare una cosa bruttina.

Per non parlare dei Direttori arroganti...

 
Altri che hanno scritto di piu', e meglio, sull'argomento:

Niccolo'
Iguana Jo
Malpertuis
McNab


BP

"L'ubicazione del bene", Giorgio Falco

"L'ubicazione del bene" e' una raccolta di racconti/romanzo a episodi scritto da Giorgio Falco, qui alla sua seconda prova letteraria. L'ambigua catalogazione del libro è dovuta a come Falco l'ha costruito: i racconti, o quadri di vita quotidiana, sono tutti a prima vista scollegati tra di loro, con l'unica ovvia eccezione della collocazione geografica di tutto cio' che accade: l'immaginario paese di Contesforza, alla periferia sud di Milano.

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Questo non-paese e' il vero protagonista del libro. Contesforza è il classico paesotto-dormitorio, con le villette a schiera che interrompono la campagna e la nebbia. E' a 20 minuti (o a 20 chilometri: dipende dal momento della giornata) da tutto: dal centro di Milano come dal supermercato. E', in sostanza, lontano da ogni cosa proprio perchè vicino a tutto. E i protagonisti umani delle nove storie sono piccole, quasi insignificanti vittime di questo non luogo prima che della società moderna e della sua inarrestabile decadenza.

In realtà, se questo libro viene considerato come la descrizione di un luogo -di Contesforza, cioè- esso assurge a dignità di romanzo, proprio perché è più importante dove accadono le cose piuttosto che a chi, come e quando. E le cadute dei vari perdenti della vita, dall'aspirante imprenditore che lascia il lavoro sicuro per rovinarsi con la sua nuova attività di derattizzatore, alla giovane coppia che spende tutti i soldi per l'acquisto e la ristrutturazione di uno stupendo casolare in campagna che si rivela una topaia in disfacimento, tutto è funzionale alla definizione del palcoscenico dove tali cadute si realizzano.

A prescindere da come lo si voglia catalogare, "L'ubicazione del bene" si eleva di molte spanne sopra ai bestseller nazionali degli ultimi anni (a partire da "La solitudine dei moccoli sputati", o come minchia si chiama quella roba lì, per non parlare delle stronzate di Moccio Moccia o delle vaccate col salto di Fabio "bigliettinideibaciperugina" Volo), svelando un ottimo scrittore, che padroneggia una prosa scarna ed essenziale con grande eleganza. Il libro è stato accolto da giudizi dissonanti: chi lo giudica ottimo, chi invece un mediocre esercizio di stile fatto da un buon tecnico. In realtà si tratta di un libro da leggere con fiducia, perchè la vita è a volte esattamente come viene raccontata lì.

 

BP

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La solitudine di Barney

(DISCLAIMER: questo post puo' contenere tracce di astio, parolacce e moccoli tirati a coppiole finche' 'un diventano dispari)

(DISCLAIMER2: questo post puo' risultare relativamente lungo. Non spaventatevi: astio, parolacce e moccoli vi allieteranno sino alla fine)

Il blog si chiama Panofski in onore di uno dei personaggi letterari a me piu' cari: Barney Panofsky. Chi non lo conosce, vada subito a comperare il libro di Mordecai Richler, e se lo legga prima di compiere i 75 anni (o prima di rincoglionire del tutto), soprattutto se e' un uomo: e' un capolavoro, e risarcisco personalmente il prezzo dell'acquisto del libro a chi non piacera' [1].

Questa premessa mi e' indispensabile per introdurre l'argomento e spiegare il titolo, che e' a sua volta una crasi di due titoli di (mioddio) libri (beh, un libro e una zeppa per mobili che traballano, ma andiamo avanti). Lo spunto iniziale e' stato la lettura in treno, stamane, del "Venerdì di Repubblica", che riporta in copertina il lancio del film-evento della prossima Biennale di Venezia. "La solitudine dei numeri primi" (ecco, l'ho scritto...), tratto dal libro del 2008 del fisico teorico Paolo Giordano, un esordio che ha spopolato allo Strega e al Campiello opera prima. Un (mi si scusi l'overstatement) libro che e' stato letto (pare) da un milione e mezzo di persone, forse due milioni perche' e' uscita una versione paperback economica che (si dice) e' andata esaurita come la focaccia del Giusti appena sfornata in un qualsiasi pomeriggio della settimana. Con un piccolo problema, almeno dal mio punto di vista: mentre sono perfettamente in grado di diluviarmi un chilo di focacce assortite del Giusti, il (cristosanto) romanzo di Giordano e' uno dei due soli libri che in vita mia non ho finito.

Un giudizio sintetico sull'unico capitolo che sono riuscito a leggere e' questo. Piu' estesamente: un libro artificiale, falso come una dentiera, costruito -peraltro pure male- sin dalle prime parole per dimostrare come fare le scuole di scrittura creativa non serva a un cazzo se hai il talento di un raddrizzatore di banane, che sa emozionare forse una real doll, non certo me. Una cagata pazzesca, per rimanere in tema col primo capitolo del libro, che di merda tratta in maniera assolutamente gratuita. Come se parlar di merda facesse assurgere quel coacervo di parole raffazzonate a qualcosa di piu' che a zeppa per il mobile che traballa in cucina. Un libro che da la cifra di come in Italia la gente legga solo quello che la pubblicita' gli dice che si debba leggere.

Giordano uno scrittore? Ma non fatemi ridere, via...

Il regista del capolavoro che sbanchera' i botteghini di tutta Italia, da Vergate sul Membro a Aci Cazzidi e' Saverio Costanzo, casualmente figlio di Mr. Buonacamiciaatutti, ma sono sicuro che e' bravo a prescindere (col cazzo: provi a presentarsi come Adelmo Sfrangimaroni e dire che vuole girare un film, poi mi sa ridire...).

Ma il Venerdi', nella sua munificenza e nello splendore delle sue pagina patinate mi ha regalato, dopo le sei o sette paginate sulla Solitudine di quella roba li', una seconda anticipazione sulla Biennale: verra' presentato anche "Barney's version", tratto dal romanzo di Richler. Il settimanale di Repubblica se la cava in un paio di paginette, ricordando che il libro e' un cult in un certo milieu culturale (pare che parlare di cultura sia paragonabile a parlare del diavolo, anche a sinistra...) che comprende anche Giuliano Ferrara. Estiquaatsi ce lo vogliamo mettere?

E lo vogliamo ricordare che quel libro (che E' un capolavoro) e' stato letto in Italia da solo 100.000 persone?

Cioe': per uno che ha letto Barney, ce ne sono 15 che si sono finiti "La solitudine dei tarzanelli cammellati". E cio' e' assolutamente scandaloso.

 

BP

 

[1]: dopo che il soggetto mi dimostra di raggiungere almeno 90 in un qualsiasi test di misura dell'intelligenza (va bene anche un metro a nastro, si, certo che si...). Leghisti ed elettori di Silvio esclusi, chiaro.

 

Filed under  //   Arts   Books   raddrizzare banane e' il lavoro del futuro  

Il giallo scandinàvo (o scandìnavo, vai a sapere...)

[nota: l'inutile pezzo che segue contiene uno spoiler che riguarda l'opera piu' famosa di Lazlo Olaffson -o come Cristo si chiamava quello scrittore svedese morto giovane che ha scritto la trilogia "Centurion" (mi pare)-. Siete avvisati, eh?]

L'idea di fare un pezzo come questo mi era venuta un po' di tempo fa, poi la lettura di questo post di Negrodeath (che tra gli altri difetti che annovera e' pure di Viareggio, e non dico altro) mi ha spinto a non posticipare piu'. E quindi vi tocca questa trattazione analitica e strabordante del fenomeno del momento (o del decennio), dell'unico genere di libro che oggi come oggi si vende come il pane o come la coca a Lambrate: il giallo scandinavo. L'accento mettetelo dove vi pare, la sinossi di un giallo scandinavo qualsiasi ve la spiego io. Debbo dire che rispetto a Negro io parto avvantaggiato dal fatto di poter disquisire di roba che ho letto; non mi baso quindi su una fugace e rapida occhiata data alla quarta di copertina di libri raccattati a caso alla Feltrinelli di Pisa, ma parlo per esperienza personale. Insomma: ho letto almeno dieci gialli scandinavi di almeno dieci autori differenti, e senza alcuna pistola alla tempia. In ultima analisi, sono un masochista recidivo. E sto parlando di difetti che tutti possono conoscere...

Dunque, per seguire proficuamente la trattazione dovreste aver letto almeno un giallo svedese/norvegese/danese. La Finlandia pare non sia Scandinavia, e la Groenlandia ovviamente si (ma non mi viene in mente nessuno scrittore Groenlandes ...Groenlandian... insomma di quel posto la').
Ah, si dibatte sulla posizione dell'Islanda, ma francamente ho gia' sprecato l'80% della lunghezza di un mio pezzo medio in bischerate, e' l'ora di andare alla sostanza. Allora, per comodita' faccio finta che tutti i miei due lettori abbiano letto "Uomini che odiano le donne", di Coso Svensson (o Tizio Gustaffson). Se avete visto il film, e' piu' o meno uguale. Se non avete visto il film, ne' letto il libro potete proseguire, ma -vi avverto- saprete immediatamente che il colpevole e' Martin Vanger, il nipote che sembra un idiota e invece si e' pure violentato sua sorella, da giovane. Ecco, lo sapete. Allora iniziamo sul serio.

La prima caratteristica del giallo scandinavo e' che e' ambientato in Scandinavia. Il che può sembrare assolutamente logico, e fa apparire in superficie l'inutilita' di questo post e l'idiozia del suo estensore. Puo' essere pure vero, ma il confinare l'azione in una penisola, seppur grande, non e' indice di grande apertura mentale. Nel libro che abbiamo preso ad esempio i protagonisti si muovono come mosche senza testa in luoghi dai nomi impronunciabili, ricchi di segni fonetici alieni come i due puntini sopra alcune delle "A" e delle "O", o quel cerchietto che a volte appare su una "A", o le "O" tagliate in diagonale... Nessun essere umano nato e cresciuto al di sotto di Lubecca ha la minima idea di come si pronunciano 'sti toponimi (Gävleborg, Härjedalen, Procul Harum! Eh? PUPPA!!!!), per cui ci si ricorda Oslo, Stoccolma e forse Brondby (ma solo perche' c'e' una squadra di calcio), il resto e' buio pesto.
Ma anche il peggior scrittore di gialli scandinavi ha in mente che dopo le colonne d'Ercole del Kattegat ci deve pur esser qualcosa; nel libro che abbiamo preso ad esempio, ad esempio, (ripetizione fortemente voluta) i protagonisti si lanciano in un paio di viaggi sfrenati verso l'Inghilterra e l'Australia. Ora, soprattutto la seconda meta e' abbastanza cruciale per il plot del romanzo, ma l'ineffabile Caio Pattersonn o chi per lui ci diletta di questi luoghi ameni solo per una decina di pagine scarse su circa ottocento che compongono il libro. E mi pare un po' pochino, via... Insomma: gli scrittori di gialli scandinavi sono tronfiamente orgogliosi delle loro terre, e non conoscono per nulla la geografia del resto del mondo. Questo e' un dato di fatto.

 

La seconda caratteristica dei gialli scandinavi e' che i protagonisti (un paio di serque almeno, con nomi simili a quelli dei luoghi in cui vivono) hanno divorziato almeno due volte prima di legarsi all'attuale compagno/a. E' evidente che nel frattempo si sono riprodotti almeno una volta (in genere durante il primo matrimonio). Il risultato finale e' una serie di famiglie che definire "allargate" e' -come dire?- un understatement, tanto che il soggetto psichicamente piu' stabile risulta essere quasi sempre il cane di casa.

La terza, imprescindibile, caratteristica di ogni giallo scandinavo che si rispetti e' che ci deve essere almeno una protagonista lesbica. Se ce ne sono due, una e' di sicuro bisessuale. Transessuali e gay possono esserci o no, ma la lesbica non manca mai. Vi sono casi in cui la scrittrice taglia la testa al toro e risolve il problema alla radice: la lesbica e' lei, e non pensiamoci piu'. E' strano ed inspiegabile come in nessun giallo scandinavo che ho letto vi siano protagonisti transgender. (Segnalare la cosa all'ARCIGay).

Quarto must have: almeno uno dei protagonisti ha subito un trauma infantile che spieghera' almeno uno dei misteri del libro stesso.

Quinta caratteristica peculiare dei gialli scandinavi: gli scrittori fanno marchette ogni mezza pagina. Otto Ottosson, di cui stiamo presentando il capolavoro, cita tutti i device Apple che vi possono venire in mente (chi ha mai visto un Newton? C'e', Cristo! C'e'!!). In un altro libro il protagonista ha un orologio Seiko che va chiamato "Seiko", perche' "orologio" e' troppo generico. Se qualcuno fuma (ho detto "se qualcuno fuma"? Scusate: fumano tutti), non si accendera' una sigaretta, ma una MarlCoro, o una WinsHon, e via andare. Bere Vodka? Col cazzo! O Absolut o niente! Lascio che la vostra immaginazione elenchi i modelli di auto che i nostri cavalieri posseggono. Direi: tutte quelle delle case automobilistiche che han dato qualche soldo al Pekka Pakkinen di turno (nome finlandese, peraltro). 

Sesto e piu' importante elemento caratterizzante: almeno uno dei misteri del libro - e ricordatevi che si parla di un qualsiasi giallo scandinavo- si scopre a pagina DUE (se si e' normodotati), oppure a pagina SETTANTA (per quelli molto duri di cranio). Chi arriva in fondo e non ha capito chi era l'assassino forse farebbe meglio ad estrarre quella roba fatta di carta dal lettore DVD e provare a "leggerla", sempre che capisca di cosa stiamo parlando .

 

Insomma, uno si chiede perche' questi libri vendono parecchio. Secondo me, per due motivi che appaiono antitetici -ma solo agli zucconi testa di marmo, sia chiaro-:

  • la loro complessita' (soprattutto nei nomi, nel numero di personaggi, nelle assurde esperienze che il coprotagonista ha fatto quando aveva sette mesi);
  • la loro semplicita' (quasi tutti riescono a scoprire l'assassino prima che il suo nome venga fatto dallo scrittore).

Detta in estrema sintesi: oggi come oggi se fai credere alla gente che e' intelligente, riesci a vender loro pure la merda in barattolo. E non occorre che sia quella di Piero Manzoni.

[tutto questo, incidentalmente, ha parecchi punti in comune con la situazione politica attuale. Ma credo sia per molti versi un caso.]

 

BP

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"I terribili segreti di Maxwell Sim", Jonathan Coe

Ho letto il mio primo libro di Jonathan Coe una quindicina di anni fa. Era il suo primo libro tradotto in italiano: "La famiglia Winshaw", lo presi da una pila di tascabili alla Feltrinelli di Bologna (o di Firenze, chi se lo ricorda piu'?), ed e' stata una rivelazione. Una scrittura cinica e ironica, tipicamente british, applicata a una storia calata in un contesto sociale e politico affascinante: l'era-Tatcher. Ho letto quasi tutti gli altri romanzi tradotti, fino ad arrivare a questo ultimo, uscito una settimana fa per Feltrinelli.

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"I terribili segreti di Maxwell Sim" non tradisce le attese dei fan di Coe, a parte alcune cadute di stile nella parte iniziale.


La storia inizia con un resoconto di cronaca: un commesso viaggiatore (Max Sim, il protagonista della storia) viene trovato semi-assiderato, praticamente nudo e quasi completamente ubriaco, a bordo di una Prius ricoperta di neve nelle brume scozzesi.
Sara' Sim stesso a spiegarci cosa e' successo alla sua vita per portarlo a quella sera di marzo del 2009, attraverso una autoanalisi completa della  esistenza sua e di suo padre, responsabile di cio' che Sim e' oggi.

La storia si dipana tra Gran Bretagna e Australia, e NON parla (come ci vorrebbe far credere la quarta di copertina) di economia sostenibile e di prodotti ecologici. E', molto piu' semplicemente, una storia di uomini e di donne soli, narrata anche attraverso fatti storici veri ed affascinanti, come la prima edizione della regata in solitaria attorno al mondo "Golden Globe", e l'incredibile storia di uno dei patecipanti a quella regata, Donald Crowhurst.
Il libro arriva ad un finale imprevisto e inatteso, che invece che giustificare il romanzo e la storia che si e' sin li' dipanata la chiude senza possibilita' di repliche in un paio di frasi.

Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, comunque, perche' lo sguardo di Jonathan Coe sul mondo di oggi e sui suoi abitanti e' di una piacevole levita', pur essendo profondo e spiazzante come quello di pochi altri.


BP


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Posted July 16, 2010

"Pinocchio 2112", Silvio DonĂ 

Sottosuolo dell'Italia, anno 2112.

La popolazione vive rintanata nelle viscere del pianeta, a causa di una letale contaminazione dell'atmosfera. Si sopravvive in una societa' abbruttita e violenta, in cui il denaro e' sostituito da pillole di droga e i proiettili sono piu' cari dell'oro. Il protagonista viene descritto come un solitario raccoglitore di libri, e l'autore traccia l'identikit di Rick Deckard di Dickiana memoria (meglio: la rappresentazione di Deckard che ci ha dato Ridley Scott). Questo omaggio nemmeno troppo nascosto ad uno dei numi della fantascienza e' l'unica concessione alla "cassetta" da parte di Dona', che per il resto fa scorrere ottimamente una storia che -anche nelle parti inevitabilmente scontate- mantiene una linearita' ed una coerenza che sono a mio avviso uno dei punti di forza di "Pinocchio 2112". Il finale e' ottimamente mimetizzato tra le pagine, e rappresenta -se lo si considera a mente fredda- la logica conseguenza degli avvenimenti precedenti, almeno dal punto di vista di un lettore di fantascienza.

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Insomma: un ottimo libro di SciFi italiana e' gia' di per se una notizia. Lo e' ancor di piu' se si deve dar credito alle note sull'autore, che ci raccontano come questo libro rappresenta il primo passo di Dona' nella fantascienza. E se il buongiorno si vede dal mattino, aspettiamo fiduciosi la sua seconda prova.

 

BP

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Posted June 8, 2010

Occasioni sprecate

Ho letto di recente due libri che sarebbero potuti essere ottimi, e invece hanno rovinato uno spunto iniziale niente male.

Il primo e' in realta' un fumetto, che aveva acceso il mio interessa all'uscita per il tema trattato. Si tratta di "United we stand", scritto da Simone Sarasso e disegnato da Daniele Rudoni. Il fumetto e' stato supportato al lancio da un sito all'americana ricco di immagini, addirittura di inserti audio, di side stories e cazzi e mazzi vari. La storia si puo' definire di fantapolitica, e si svolge nel futuro prossimissimo: nel 2013, in piena crisi atomica tra Cina e USA (Anchorage e Pechino sono state nuclearizzate, la Corea del Nord e' invasa dalla coalizione del bene Amerregani-UK) ci sono le elezioni in Italia. Le vince, insapettatamente e per una manciata di voti, l'Ulivo. Addirittura con una candidata donna. Il giorno della proclamazione, pero', una organizzazione paramilitare di estrema destra (via, ve lo dico subito: e' Gladio col nome cambiato) irrompe in piazza con lo scopo di rapire la neoeletta premier, che riesce miracolosamente a sfuggire alla cattura. Il golpe si dipana veloce: elicotteri assaltano il Quirinale e palestrati fascisti in tenuta da guerra seccano prima Berlusconi, poi Fini. Gia' qua la cosa inizia ad essere troppo -o troppo poco, a seconda dei gusti- fantapolitica, ma andando avanti si scoprono cose assurde, tipo che la leader dell'Ulivo ha una figlia il cui padre e' Vallanzasca (giuro: il bel Rene'!), e stava da giovane con il capo dei golpisti (ma no?). Il finale catartico non salva il volume, che ha buttatto ai porci un'idea niente male. Ah, pare che questo sia il primo di una trilogia. Auguri.

Il secondo e' un libro di un personaggio molto noto a Lucca: Mario Rocchi. Rocchi e' giornalista, maanche professore di educazione fisica, maanche critico d'arte e financo scrittore, oltre che tipo un po' sopra le righe. Il libro si intitola "Amaro", ed e' ambientato in un'Italia del futuro non remotissimo. Qui il canovaccio e' eccezionale davvero: anni prima il Vaticano ha disinnescato il terrorismo islamico semplicemente accettando la religione di Maometto al suo fianco. Il risultato, in Italia, e' che il partito di maggioranza relativa (I.F. ... Via, ve lo dico io: e' Forza Italia alla rovescia) e' diventato una specie di guardia Pasdaran/Templare, la gente deve andare a messa OPPURE alla moschea, OPPURE in galera, non c'e' nessuna liberta' di stampa, e le esecuzioni vengono effettuate tramite sgozzamento in diretta televisiva. Il libro e' la storia in prima persona di un protagonista che si chiama M. R., e fa il giornalista/scrittore (direi a naso l'alter ego del Rocchi stesso, se il naso non mi inganna). R. viene arrestato per le sue idee antiregime, ma riesce rocambolescamente a fuggire dai sotterranei delle Mura e si da alla lotta armata contro il regime, attraverso efferati atti terroristici (bombe in chiesa, nelle moschee, rapine sanguinose e sterminio di militari cattotalebanfascisti). Tra le righe si legge una inutile difesa del terrorismo "vero" (quello delle BR degli anni di piombo, per intenderci), una giustificazione di qualsiasi atto si compia in nome della rivoluzione ed altre amenita' che pensavo morte una trentina di anni fa. Peggiorano le cose alcuni episodi davvero incredibili per la loro assoluta ovvieta', di quelli che mentre leggi pensi "no, cazzo, non vorra' mica andare a parare li', eh?", e poi scopri regolarmente che si, proprio li' e' andato. Insomma, altra perla ai porci. Peccato.

 

BP

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Posted June 1, 2010

"2666", Roberto Bolano

E' la seconda volta che provo a scrivere qualcosa su questo capolavoro della letteratura moderna, che rappresenta il testamento letterario del cileno trapiantato prima in Messico, poi a Barcellona, dove muore a soli 50 anni.

E' un meta-libro, come gia' "I detective selvaggi", composto da 5 parti originariamente pensate da Bolano per essere pubblicate come libri singoli. Ma la versione Adelphi che li raccoglie tutti assieme e' secondo me ottima, perche' monta la storia nella maniera piu' lineare, e per questo agevola il lettore.

La storia ha relativamente poca importanza: si tratta di molte storie assieme, per la verita', con due fili conduttori che legano alla fine il tutto in maniera assolutamente non forzata. Per tutte e cinque le parti inseguiamo un fantomatico scrittore tedesco, Brenno von Arcimboldi, che nessuno ha mai visto, ma i cui libri assurgono a culto per i bibliofili di mezzo mondo, e che scatenano fazioni di critici letterari. Di von Arcimboldi si vocifera come del prossimo Nobel, coronamento di una oscura carriera cinquantennale; la storia dello scrittore si collega in un modo che non diro' con una serie di omicidi di donne nel nord del Messico (la storia tra l'altro e' vera: Bolano ha solo inventato il nome della citta' -Santa Teresa- al posto della vera Ciudad Juárez, in cui all'epoca in cui 2666 si dipana sono realmente avvenuti decine di omicidi di donne), ma questi due sottili fili sono una esile trama sulla quale la storia (meglio: le storie) si appoggiano appena per vivere una vita propria.

Come sempre Bolano alterna pagine di altissima letteratura con episodi in cui emerge un cinismo di fondo che risulta intriso di una vena comica irresistibile. Un libro da leggere assolutamente fino alla fine, dove si arriva contenti di aver conosciuto l'opera di uno dei maggiori scrittori degli ultimi 50 anni. In culo a Paolo Giordano e Moccio Moccia.

 

BP

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Posted May 17, 2010

I detective selvaggi, Roberto Bolano

Non e' semplice raccontare in mezza pagina questo libro. Iniziamo subito col dire che si tratta di un grand bel libro, scritto in maniera sublime da un genio della penna morto -troppo giovane- pochi anni fa. In realta' "libro" e' una definizione restrittiva: l'opera (assai corposa) somiglia, a seconda delle angolazioni con la quale la si approccia, ora a un ipertesto, ora a un serial televisivo, ora -a giustificare parzialmente il titolo- a un resoconto stenografico di una serie di interrogatori.

"I detective selvaggi" e' diviso sia strutturalmente che come contenuti in tre parti, di cui quella centrale -piu' corposa- divide la prima e l'ultima che a loro volta sono temporalmente consecutive e scritte in forma di diario. La parte di mezzo, invece, e' postuma, ed e' una raccolta di interviste/testimonianze rese in prima persona da una serie di personaggi, alcuni dei quali abbiamo conosciuto o conosceremo in testa e in coda al libro attraverso il diario di Juan García Madero.

Detta cosi' sembra un bordello guatemalteco; in realta' il libro cattura l'attenzione dalle sin prime frasi, e riesce a tenere avvinto il lettore ad una storia che di per se e' solo un prestesto per parlare dei due protagonisti: Ulises Lima e Arturo Belano (evidentemente alter ego dell'autore). Eccezionale la bravura di Bolano nel cambiare registro -nella parte centrale- ad ogni cambio di personaggio che racconta (tra l'altro non si capisce bene a chi): parole, frasi, intercalari diversi si alternano sulle pagine, tanto che sembra di sentire le voci di ciascuno, tutte differenti e tutte caratteristiche del proprio personaggio.

La vita dei due si dipana tra Messico, Europa, Africa e Medio Oriente in un tourbillon caotico e apparentemente (?) senza un motivo razionale, alla ricerca di un senso da dare alla propria vita. Senso che all'inizio e' la maniacale ricerca di Cesàrea Tinajero, fondatrice -grazie ad un'unica poesia andata perduta- del movimento poetico del Realismo Viscerale, che i due vogliono rifondare. Nella parte centrale del libro -che, lo ripeto, e' temporalmente successiva all'ultima- amici e conoscenti di Lima e Belano parlano dei due e del loro peregrinare spesso senza alcun senso apparente in luoghi e situazioni disparate.

Sembra un caos primevo, ma e' davvero un capolavoro. Che ha dato origine all'opera piu' osannata di Bolano: 2666.

Giudizio sintetico: da leggere assolutamente.

BP

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