No, e' che sono parente d'uno di questi entusiasti filmakers, che pero' se mi avessero avvertito per tempo che facevano crowdfunding, io avrei sparso la voce e magari qualche altro dollaro l'avrebbero raccattato...
Pero' potete -nell'attesa dell'uscita di "Flight", che oramai han quasi terminato di girare- guardarvi il loro primo short.
Oh, si divertono parecchio i ragazzi, e hanno addirittura girato a Fiumicino :-).
Meglio che guardare la tv, senza alcun dubbio.
Noir ricco di ironia ma anche di scene grandguignolesche, questo romanzo di Manzini si dipana tra le periferie borgatare della Roma un paio di passi indietro a "Romanzo criminale" e alla banda della Magliana. Forse per questo le scene violente sono piu' crude e quasi primitive nel loro sparger sangue e materia organica tra una cinica battuta e una vendetta che ci troviamo -noi lettori- ad aspettare con trepidazione e poi, alla fine, a benedire esultanti.
Il libro fa avanzare parallele una serie di storie piu' o meno drammatiche, che ineluttabilmente si intrecceranno alla fine per dare (forse) un senso al tutto: una rapina finita male che poi si rivelera' una truffa e qualcosa di peggio; un piano fine-di-mondo di un Ministro illetterato per risolvere alla radice i problemi dell'INPS, un abbozzo di storia d'amore tra due impiegatucci e, sopra tutta la storia, la bellezza giovanile di Alessia, la barista fidanzata con un rapinatore gorilla, ma innamorata -e incinta...-d'un altro malvivente.
Il romanzo non ha pieta' per nessuno: tutti i protagonisti hanno come unico scopo il fare soldi "facili" per elevarsi dal fango in cui vivono, e per far questo non si guarda in faccia a nessuno: mariti, padri, fratelli, amanti... Tutti, come criceti sulla giostra, a macinare giri su giri, nella stupida speranza che la ruota poi si smuova. Tutti sacrificabili sull'altare del dio denaro: la pieta' non abita certo nelle borgate romane.
Dal libro e' stato pure tratto un film (l'opera si prestava abbastanza bene), che vedro' di scaricar di recuperare in videoteca.
Insomma, un libro che si lascia assolutamente leggere, ben scritto e ben condotto nei meandri delle sottotrame e nel tirare i fili alla fine.
Edit delle 22.00: vuoi vedere che la soluzione fine-di-mondo viene presa in esame? Le news ci danno l'INPS a rischio-pagamento pensioni...
Non so quanti la conoscono, ma Kaki merita non uno, non dieci: cento ascolti.
Qualcuno forse ha in mente questo pezzo qua, inserito nella splendida colonna sonora di "Into the wild" cantata da Eddie Vedder:
Kaki suona spesso chitarre strane, con un numero di corde a volte diverso dal canonico "sei". In "Doing the wrong thing" aveva uno strumento a sette corde; qua sotto, per questa "Celtic song" imbraccia qualcosa che di corde ne ha almeno una decina:
Quando la chitarra e' normale, lei la suona cosi':
Quando canta, canta anche queste cosette qua:
Ve la segnalo in nettissimo e colpevolissimo ritardo, perche' stasera suonava a Prato. Domani, per chi e' in zona, e' a Trieste.
Pero' i suoi dischi li possiamo acquistare sempre :-)
Eric Valli e' un francese di Dijon (cittadina in mezzo alla Francia, nota soprattutto per la senape omonima), che fa foto e documentari in giro per il mondo.
Il suo lavoro "Off the grid" e' un viaggio negli USA noglobal, alternativi e fricchettoni dei nostri giorni, al seguito di persone che hanno deciso di vivere staccati dalla rete, come dice il titolo. Dei moderni e romantici selvaggi, che hanno detto addio alle comodita' e agli agi di case riscaldate dal metano e illuminate dalla corrente a 120 Volts (siamo negli USA, non dimentichiamolo) per riconquistare un diverso e piu' intimo rapporto con la natura.
A veder le foto, pare stiano benissimo:
E secondo me, con l'aria che tira in tutto il mondo, questi sono avvantaggiati per il futuro. Anche nei confronti dei super-ricconi che hanno contribuito alla definizione di questo stato di crisi globale e continua. Perche' quando il denaro non varra' piu' nulla, avere un arco in composito e venti frecce da caccia grossa fara' la differenza.
Ad ogni divorzio del nano bello (Tom Cruise) due sono gli argomenti che appestano i media: il fatto che le ex mogli finalmente possono ricominciare a portare tacchi del 35, e l'ovvia considerazione che la separazione tra Tom e la trota di turno e' dovuta al fatto che il Nostro e' un fanatico devoto della Chiesa di Scientology.
Che non so se voi sapete di che si tratta, ma se dovessi raccontarvela io sarebbe una roba come "cagata pazzesca". Pero' i seguaci della Chiesa di Scientology (TM e Copyright, che mica c'ho i soldi per gli avvocati, io) ci credono, a quel che gli viene raccontato. E pagano per farselo raccontare.
A gratis c'e' una famosa puntata di South Park, che ci spiega in maniera filologicamente corretta e puntuale tutto quel che c'e' dietro la "religione" fondata da Lafayette Ron Hubbard. Oppure questo recente post del Post. O anche il sito di riferimento contro Scientology: Xenu.com.
Sempre meglio essere informati, piuttosto che credere a quel che ci raccontano Tom Cruise e John Travolta, no?
Ovvero: come fare cultura con una vignetta mischiando storia, tecnica scacchistica e humour.
Due parole di spiegazione, stavolta, potrebbero esser necessarie: il gambetto e' una apertura negli scacchi che prevede di "sgambettare" l'avversario facendogli mangiare a tradimento un pedone, che viene cosi' sacrificato alla causa della vittoria finale. Esistono molteplici gambetti, ma certo non quello di Agnicourt, cosi' come non esistono pezzi degli scacchi con gli archi. E qua arriva la botta di genio: Agnicourt (1415) e' stata una delle prime battaglie decise dagli archi lunghi inglesi contro soverchianti truppe francesi; i longbow [1] sopperirono alla disparita' numerica degli eserciti falcidiando gli avversari da distanze siderali per un esercito di cavalieri in armatura, che faceva del corpo a corpo la sua arma vincente. Esattamente come in questo ipotetico gambetto i pedoni hanno sterminato i cavalli avversari appena essi si son mossi dalle loro case.
Complicato, non lineare, non immediato, cervellotico? Puo' essere, ma molto meglio questo di un tipico articolo di giornale: stimola la riflessione ed insegna parecchio.
[1] Una trattazione rigorosa, accurata sia storicamente che dal punto di vista della fisica e -quindi- probabilmente un po' pallosetta la si trova in una delle piu' famose pagine del Duca.
Il vero Barney Panofsky scrive le sue memorie poco prima di rincoglionire del tutto a causa dell'Alzheimer. Forse e' la cosa che temo di piu' in assoluto -rincoglionire di Alzheimer, dico, non scrivere le proprie memorie...-, quindi forse e' il motivo per cui "La versione di Barney" e' tra i miei libri preferiti, e Barney e' il mio nick qui.
Sono sei autoritratti fatti dalla stessa persona nell'arco di dodici anni. Al pittore, William Utermohlen, venne diagnosticato l'Alzheimer nel 1995.
Il primo autoritratto e' giovanile, del 1965.
Il secondo e' del 1996, a malattia diagnosticata. L'ultimo e' del 2007 -l'anno della sua morte-, e testimonia una volonta' incredibile da parte dell'artista di sopravvivere alla malattia e cercare di capirla con il solo strumento in suo possesso: la pittura.
Non credo si debba giudicare solo il valore artistico di questi autoritratti, perche' quello che c'e' dentro e' molto di piu': e' la vita e la morte, attraverso un percorso ineluttabile e disperato che somiglia, per come toglie particolari all'insieme da un quadro al successivo, alla semplificazione picassiana che si osserva nella famosa sequenza dei tori:
Il sito di Utermohlen e' una miniera di splendidi dipinti, visitatelo e mi rammenterete.
Ieri, nel tragitto tra l'azienda e la fermata dell'autobus che mi porta alla stazione ho incontrato un SUV, una BMW di quelle non enormi, ma lustra e seminuova.
Fermo, parcheggiato all'ombra davanti ai cassonetti della raccolta differenziata nella ridente localita' industriale di Ospedaletto, il SUV aveva tutti i finestrini aperti, e conteneva il proprietario: un ometto d'una sessantina di anni, intento a smazzare pacchi su pacchi di carta, che estraeva da una cartella portadocumenti poggiata aperta sulle sue ginocchia.
Ho visto la scena nei dieci secondi che c'ho messo a passargli a fianco, al SUV; non e' che abbia molto da fare, quando vado alla fermata dell'autobus. E poi mi fermo anch'io all'ombra, un po' piu' in la' rispetto a dove s'e' fermato l'ometto con la sua macchinona. Insomma, ho potuto vedere abbastanza bene quel che faceva l'ometto, e quali carte stesse smazzando con una certa animosita'.
Erano cartoncini colorati, diciamo venti per quindici. Questi qua (ho dovuto scorrere tutto il catalogo, ma sono quasi certo sian questi):
La cosa stupefacente era la quantita' di questi cartoncini. Quando dico "mazzi", intendo almeno trenta-quaranta pezzi. Scappavano letteralmente dalla cartellina in finta pelle che l'ometto aveva in grembo... come se non potessero essere costretti nello spazio angusto del portacarte.
Nell'attesa dell'autobus ho avuto tutto il tempo per osservare -da una decina di metri- l'ometto che a un certo punto e' sceso dall'auto e ha buttato qualcosa nel cassonetto per la raccolta della carta. Poi ha chiuso la portiera ed e' partito lentamente verso chissa' dove.
Non credo abbia vinto qualcosa, comunque non abbastanza da farlo gioire e saltare come un capretto.
Ma se l'occhio non m'ha ingannato, e se veramente i biglietti erano un trenta-quaranta, beh... Allora l'ometto ha bruciato un 150 Euro almeno sull'altare della Lottomatica, che sicuramente uscira' benissimo dalla grossa grisi che c'attanaglia e c'ammorde come lupa famelica.
Per l'ometto invece la vedo molto piu' grigia. Almeno sino al prossimo giro di "Miliardario"...
Gran bel libro, questo di Hein. Pubblicato per la prima volta nel 1982 nella DDR, quando il muro di Berlino era ancora bene in piedi, e l'anno dopo in Germania Ovest con un titolo orripilante ("Sangue di drago", citazione Wagneriana che si chiarira' solo una pagina prima della parola "fine"), il romanzo -o meglio, come spiega il suo autore, la novella- ha un classico impianto circolare che a me piace particolarmente.
Si inizia dalla fine, quindi, e li' si tornera' nelle ultime pagine a chiosare una storia diversa per gente normale -come canterebbe De Andre'-.
Una storia scritta da un uomo che racconta, con voce di donna, la storia della protagonista. E' uno dei pochi libri che ho letto in cui la cosa funziona, e funziona benissimo, e funziona benissimo anche l'ambientazione nell'ex-DDR che potrebbe essere anche la Milano o la New York di oggi.
Claudia, un medico quarantenne, ci racconta nelle prime pagine la sua indecisione sull'andare o meno al funerale di Henry. Henry era l'amante di Claudia, l'amico estraneo del titolo, un vicino di appartamento della protagonista, che vive in un immenso palazzone con appartamenti tutti uguali, due stanze piu' bagno, e nessuno sa quanti coinquilini abbia in questa specie di caserma-dormitorio.
Claudia e' benestante anche per una berlinese dell'Est, lavora in una clinica e ha parecchi pazienti. E' divorziata, ha abortito due volte, ha una sorella e i genitori che vivono in una cittadina di provincia. Henry penetra nella sua vita fatta di trantran e routine semplicemente suonando una sera il campanello. Dice che ha fame, che non ha voglia di stare da solo e che vorrebbe compagnia per quella sera. Claudia lo fa entrare, si mette a letto e lascia che Henry mangi e le racconti un po' di se. Poi, lui si infila nel suo letto e ne esce la mattina dopo.
La storia va avanti lieve e asciutta, con una prosa molto diretta ed essenziale; conosciamo i pochi amici di Claudia -coppie con problemi, in genere, in cui il marito vuole portarsi Claudia a letto, e la moglie tradisce il consorte con qualche ragazzetto di citta'- e a poco a poco anche la vita di Henry. Che e' doppia: l'uomo ha infatti una famiglia in periferia, moglie e due figli. Ma anche la moglie ha l'amichetto, e quindi va tutto bene; le loro storie parallele non sono assolutamente di intralcio ad una non vita familiare che -perlappunto- non c'e'.
Claudia rivendica una certa autonomia da Henry: decide lei quali week end passare con l'amico estraneo, e quali invece trascorrere da sola a leggere nel piccolo bilocale. Presenta anche Henry alla sua famiglia, una vigilia di Natale, e per l'occasione scopre che il suo ex-marito se la fa con sua sorella.
Nel tempo libero Claudia fotografa paesaggi e particolari della natura, e stampa da sola le sue foto che riempiono il piccolo appartamento accatastate senza alcuno scopo ne' senso su mensole e scaffali. A un certo punto c'e' un rifiuto di questo hobby:
Da poco ho cominciato ad avere paura delle mie foto. Riempiono tutti gli armadi e i cassetti della casa. Da ogni parte si riversano alberi, paesaggi, prati, sentieri, legno morto, secco. Una natura senz'anima che ho creata e che ora minaccia di sommergermi.
...
Nonostante tutto, non smettero' di scattare fotografie. Ho paura di rinunciare. Mi serve come compensazione, mi e' di aiuto per superare i miei problemi...
In tutto questo scorrere di avvenimenti e di non vita Hein fa dire spessissimo alla protagonista che va tutto bene, che lei si sente bene, anzi benissimo. E' chiaro che il significato dell'affermazione e' esattamente opposto: Claudia non vive, non prende decisioni, si lascia trasportare dagli avvenimenti come un po' tutti nel libro.
Forse l'unico personaggio con un minimo di carattere e' Henry, che il giorno dopo il Natale in famiglia attacca questo dialogo con Claudia:
Faceva caldo e camminavamo col cappotto sbottonato. Henry chiese che cosa mi aspettavo da lui. Non lo capii e lo guardai in modo interrogativo.
Voglio dire, sipego', come pensi che andremo avanti.
Risposi di non averci riflettuto.
Va bene, disse,non voglio deluderti, ma non voglio piu' neppure restare deluso io.
Ero anch'io di questa opinione, ribattei, ed egli disse un po enigmatico: speriamo.
Ma Henry muore, ucciso in una stupidissima rissa per la quale non ha alcuna colpa. E Claudia si ritrova di nuovo da sola, e non ci mette poi moltissimo a riadattarsi alla non vita precedente: solo sei mesi.
Nelle ultime pagine Claudia ha un unico rimpianto: avere -da ragazza- litigato con la sua unica e vera amica della vita, Katharina, con la quale i rapporti si sono interrotti a causa del fatto che Katharina era cattolica e Claudia atea (come si doveva essere in DDR a quell'epoca). Ma, come ripete quasi a macchinetta nell'ultimissima pagina, lei sta bene, ha un ottimo lavoro, amici, soldi, salute, e -si, ribadiamolo- sta bene. Come Michael Stipe quando finisce il mondo:
Un illustratore inglese scoperto come sempre per caso, che fa cose notevoli come questa:
Si intitola "M for market", e fa parte di una serie che si intitola "A world run by animals", ma sul suo sito c'e' moltissima roba interessante. Anche T-Shirt e poster strani e belli.
Mr. Reconditi, da Augsburg, mi segnala un post di Mrs. Signorile da Londra su "L'orologiaio miope", il blog che Lisa cura con sadica maniacalita'.
Lisa Signorile e' una naturalista scappata in UK al seguito del compagno, Eugenio, decenni fa. Frequentavo elettronicamente i due gia' nel secolo scorso, e a un certo punto la signora Tupaia s'e' decisa ad aprire un interessantissimo blog scientifico che fa onore alla categoria degli studiosi di bestie strane,e quest'anno ha addirittura pubblicato il suo primo libro. OK, i venti Euro per la marchetta li ho guadagnati, adesso diamo un senso al titolo del pezzo.
Nel post in questione Lisa si indigna -giustamente- per una iniziativa finanziata dalla Commissione Europea, volta a stimolare le carriere scientifiche delle donne. Intento lodevolissimo, perseguito pero' con i metodi e gli stilemi sbagliati. Ecco il video promozionale dell'iniziativa, presto ritirato dal sito di riferimento ma sempre presente sul Tubo:
La quantita' di ammiccamenti sessuali e' imbarazzante (nemmeno io avrei saputo fare peggio, lo ammetto): gas liquefatto che sublima con volute sensuali post-coitali, palline/gocce in ogni dove, immagini che ricordano piu' una visita ginecologica che la visione di una capsula di Petri al microscopio...
Poi ci sono i doppi sensi sessuali-estetici, con le gocce di smalto che cadono lentissime e che possono essere anche qualcos'altro, e il fondotinta che spolvera dal pennello, e poi rossetti in erezione, e tacchi dodici, e minigonne clitoridee, e becker e beute che se non sono cazzi non so cosa siano (secondo 15 del video, controllate please), pennarelli-dildos di misura extra-extra large maneggiati da professoresse di materie a caso con treccia favolistica e sguardo assai conturbante, e ancheggi da Elvis the Pelvis a ogni pie' sospinto...
C'e' tutto il peggio del piu' becero maschilismo d'accatto, e tutto quel che si vede e' frutto di investimenti di denari pubblici, (immagino di qualche centinaio di migliaia di Euro come minimo, e non voglio dire la cifra che ho davvero in mente per evitare di scandalizzare troppo i miei tre lettori) che vengono tutti dalle nostre tasse, sperando che chi legge -come faccio io- le paghi, le tasse.
La homepage dell'inziativa europea "Science: it's a girl thing!" e' li' a testimoniare che lo stereotipo che i creativi hanno in mente, per le ricercatrici europee, e' esattamente quello che il video ci racconta: nulla di piu', nulla di meno.
E testimonia ancora una volta che la nostra epoca ha saltato oltre il burrone da un bel po', anche se la Commissione cerca di tappare il buco con un patetico Q&A file.
Insomma: non ci stupiamo se poi le donne sono considerate alla stregua delle bestie da soma, se vengono ammazzate a bastonate quasi ogni giorno, se non hanno quasi mai il ruolo che spetta loro.